Registro di classe 23-24 / 7

22 marzo

La morte in faccia. Il bello dei corsi di recupero (in questo caso di latino) è che ti danno gli allievi più scarsi, ma se poi il “gioco” funziona oltre a imparare un po’ di latino a volte nel piccolo gruppo si crea un bel rapporto, diverso da quello in classe. Finite le poche lezioni (quanto servono 4 lezioni da un’ora e mezzo? − me lo chiedo e non sono reticente coi ragazzi…), ci fermiamo a fare due chiacchiere: già questa è una soddisfazione. Fuori dal cancello parliamo di tutto, anche di latino, ma non principalmente di questo. Del resto, se le lezioni sono poche, forse l’unica è giocare sulla motivazione, oltre che sul metodo. Il gruppetto si scioglie, ma un ragazzo, Mario, alla fine della lunga chiacchierata arriva a parlare di sé. Si parte sempre dalle stesse (mie) domande: perché non studi di più? o meglio? che cosa ti piacerebbe fare nella vita? che fai oltre alla scuola? È per questo che Mario mi racconta, giustamente orgoglioso, che fa il volontario della Croce Rossa. Ho sempre ammirato e invidiato gli amici e anche gli allievi che si dedicano a questo tipo di volontariato – forse perché non so se io ce la farei. La domenica prima la sua ambulanza era stata chiamata sul lungo Po, per un intervento. Un uomo di 50 anni, cercando di scattare una foto aveva perso l’equilibrio ed era scivolato in acqua all’altezza dei Murazzi. Nel tentativo di salvarlo, un giovane di origine straniera si era gettato in acqua, senza riuscire ad afferrarlo. Il gruppo di Mario era stato chiamato per “salvare” questo giovane, poco più vecchio di lui, e lui si era immerso in acqua per recuperarlo. Missione compiuta, con un certo coraggio. La notizia era anche sul giornale, ma io non l’avevo vista. Da come raccontava i fatti era evidente come tutto questo fosse per lui quasi una cosa normale: morte, tentativo di salvare, recupero… Lui insisteva a dire che non c’è nulla di particolarmente altruistico nella scelta di fare il volontario. Che se può dare una mano lo fa volentieri, ma non c’è nessun eroismo. Ero curioso di capire da dove nasceva tutta questa passione in un ragazzo così giovane… Ed è qui che è venuto fuori un racconto che non dimenticherò. C’è uno sport che credo si chiami downhill, che consiste nel buttarsi giù da sentieri di montagna con la mountain bike. Mario è un ragazzo sportivo, e i suoi modi da fare, per quanto garbati, non sono quelli di un intellettuale da caffè. In terza media, in una di queste gare, il suo migliore amico davanti a lui in bici si è stampato sull’albero che ha trovato davanti (presumibilmente per una manovra sbagliata). Nessuna agonia: la morte immediata. Immagino, con fatica, che cosa voglia dire per un 14enne, una esperienza del genere. Non ce la faccio, perché sono un fifone, non mi cimenterei mai con uno di questi sport estremi. Ma ci provo lo stesso. Me lo faccio raccontare bene, con calma. Non voglio insistere troppo su questa ipotesi da psicologo da strapazzo che ogni tanto pretendo di essere, ma ho come l’impressione che il suo impegno convinto nella Croce Rossa abbia qualcosa da fare proprio con quell’incontro a faccia a faccia con la morte di qualche anno prima. Insegno latino, ma alla fine imparo sempre qualcosa di nuovo sull’umanità.

15 aprile

Esperimento con il chatbot. Ho mandato a quattro amici degli svolgimenti di una traccia di tipologia C, il vecchio classico tema, che parte da una breve citazione di Umberto Eco sulla “costruzione del nemico”. La sfida era di indicare lo svolgimento non scritto da un umano. Infatti su quattro svolgimenti, due erano sicuramente scritti dagli allievi (il “tema” era stato svolto in laboratorio di informatica), uno era sospetto, e uno lo avevo fatto scrivere io dalla AI. L’idea mi è nata dal fatto che uno dei “temi” che stavo correggendo mi era sembrato troppo ben scritto per essere vero, e, dopo aver controllato che non derivava da nessun materiale presente in rete, non poteva – secondo me – che essere stato fatto con l’aiuto di ChatGPT (o simili). Volevo vedere se in qualche modo i miei amici confermavano i miei sospetti. La condizione era che io non avessi “corretto” nulla, per non contaminare le prove. In realtà io avevo detto una verità parziale: avevo parlato di tre temi umani, e uno artificiale. Ma la ricerca ha dato esiti imprevisti. Un amico ha giustamente osservato che le storture e sporcature sintattiche e lessicali, le contorsioni ecc. rendono inequivocabile la scrittura umana. È lì che si annida il “contenuto umano” che cerca col pensiero e il linguaggio di esprimersi, non nei contenuti generali che sia noi che la macchina possiamo elaborare. Idem per l’ortografia. Inoltre siccome sono spesso gli studenti scarsi o medi che cercano scappatoie, diventa ancora più evidente quando non è loro, per via della differenza tra la loro produzione e i testi “artificiali”: ma nel mio caso i sospetti erano su una allieva piuttosto brava. Infine il mio amico concludeva che l’intelligenza artificiale ci costringerà a rivedere varie attività come ricerche a casa, compiti “autentici” e autonomia dello studente. Interrogare: sanno parafrasare? sanno commentare un testo? sanno dirti quel che c’è scritto sulla parte teorica del manuale? Questo lo fai in classe e non possono imbrogliare. Non sono del tutto d’accordo. Sono invece d’accordo che il luogo della disfatta è il latino. Già prima dell’AI potevano non esercitarsi mai. Però poi prendono 3 quando devono tradurre in classe, nel compito. Giocare fin dall’inizio a carte scoperte: in rete trovate tutte le versioni, Google Translate traduce benino, ma poi in classe se non vi esercitate ve ne accorgerete. Costa fatica perché qualcuno ci prova comunque. Ma, appunto, poi fallisce. Queste osservazioni acute e sensate secondo me andrebbero ponderate insieme ad altre, e fatte oggetto di discussione da un gruppo di docenti che voglia mettersi in gioco. Non è il caso della mia scuola, in cui si oscilla tra chi ti guarda smarrito quando parli di AI perché sa vagamente che esistono cose tipo ChatGpt e altri che hanno ben altro (a loro dire) a cui pensare.

Com’è andato a finire l’esperimento? Il tema che ho fatto fare io alla AI non è stato preso in considerazione da nessuno dei 4 amici, mentre tutti hanno indicato come scritto con AI quello che io sospettavo, confortandomi nel giudizio. A questo punto però i miei dubbi, invece di diminuire, aumentano: com’è possibile che un tema sicuramente “artefatto” non sia stato riconosciuto? Non varrà anche il reciproco, e cioè che se non viene riconosciuto come “artefatto” un tema sicuramente “artefatto”, ci sia un buon margine di errore anche nell’escludere che il tema sospetto sia stato fatto da mano umana? Insomma: esiste l’«oltre ogni ragionevole dubbio»? L’allieva in un colloquio, che per me è stato molto imbarazzante, ha negato decisamente di aver usato l’AI, argomentando che non c’era motivo per aver usato l’AI visto che deve prepararsi all’esame. Motivazione debole, ma arguta. In realtà ho riletto con il microscopio lo svolgimento e qualcuna di quelle fratture di cui parlava il mio amico ci sono, quindi non posso escludere in scienza e coscienza che lo abbia scritto lei – che appunto non è la peggiore tra le allieve. Le darò probabilmente 9. E se anche la mia allieva avesse “copiato” (ma il termine è inadeguato) avrà pur sempre dimostrato, secondo le più aggiornate teorie sulle competenze, di essere in grado di risolvere i problemi arrangiandosi e negando sempre: senza ogni ragionevole dubbio una delle soft skill necessarie per sopravvivere nella vita adulta!

27 maggio

Occhi e orecchie aperte. Grazie al progetto «Quotidiano in classe» dell’Osservatorio Giovani-Editori di Firenze, che fa arrivare i quotidiani gratuitamente alle scuole, il percorso sui quotidiani è cominciato due anni fa, in prima, ricevendo in classe il «Corriere della Sera». Io glielo srotolavo davanti agli occhi per far loro vedere come è fatto un giornale. Un oggetto quasi sconosciuto ai più. Abbiamo cominciato osservando la copertina, studiando come è fatta (apertura, titoli, infografica, fotonotizia, tagli, commenti vs fatti ecc.), facendo particolare attenzione quando si parlava dei paesi che corrispondevano a quelli che studiavamo sul libro di storia… Qualche volta abbiamo cercato informazioni in rete, a volte li ho aiutati io.

Poi in seconda ci hanno proposto un progetto particolare, «Insieme facciamo la differenza», centrato sul rapporto tra informazione e migrazioni, e poco per volta ci siamo focalizzati sul tema − ma sempre senza tralasciare i fatti importanti della giornata, le notizie del giorno. Il gioco che facevo quasi sempre il martedì, perché è il giorno in cui avevo la prima ora e ricevevamo il giornale, era fare la domanda: «Che cosa c’è sulla prima pagina del giornale oggi, secondo voi? Quali sono le notizie più importanti di ieri?». E davanti alle loro facce imbarazzate replicavo, calcando un po’ la voce: «Ma come fate a interessarvi agli egizi, ai micenei o ai romani, se non ve ne importa nulla di quello che succede oltre il vostro ombelico? Possibile che vi interessino più gli antichi persiani di quello che sta succedendo in Ucraina?». Era una provocazione, ovviamente. Ma molti hanno capito che, almeno per non fare brutta figura, conveniva il giorno prima della lezione di storia dare uno sguardo a un giornale in rete o su instagram: così potevamo rispondere alla fatidica domanda. E quando nessuno sapeva rispondere (tranne un allievo molto bravo in storia, guarda caso…), a volte mi arrabbiavo (o facevo finta…)! Dopo aver cominciato ad avere un po’ di confidenza con la prima pagina, ci siamo fatti coraggio e abbiamo sfogliato il giornale per andare nelle pagine interne… Infatti le informazioni sulle migrazioni spesso non si trovano nella prima pagina (anche se è un tema che suscita molte discussioni politiche). Abbiamo imparato a leggere tra le righe, come nel caso degli articoli che abbiamo esaminato sulla esternalizzazione in Albania e sul valore demografico ed economico dei flussi.

Ma quando dopo il 7 ottobre 2023 è successo quel che è successo in Israele, abbiamo fermato tutto e ci siamo messi ad approfondire un po’ la storia del conflitto israelo-palestinese, perché potessero capire qualcosa delle notizie che sentivano in televisione. (E poi, immancabile, c’è stata la verifica!). Dopo Natale, con calma, tra le mille attività che si svolgono a scuola (tra cui le lezioni) man mano abbiamo ripreso in mano i giornali, anche se il tempo dedicato al tema delle migrazioni si è un po’ assottigliato. In compenso abbiamo incontrato a scuola dei veri e propri giornalisti che ci hanno raccontato come funziona una redazione, o come bisogna leggere criticamente il modo in cui i giornali parlano di migrazioni. Abbiamo anche imparato aspetti più tecnici come la titolazione, o la struttura di un articolo, schedando alcuni articoli sul nostro tema. Dopo Pasqua, infine, abbiamo scelto tra una rosa di associazioni quella in cui andare a osservare da vicino i temi di cui avevano letto sulla carta. A noi è capitato l’Ufficio pastorale dei migranti, vicino al Cottolengo, che fa un sacco di attività di cui non avevamo neanche idea.

Insomma… la classe ha imparato che bisogna studiare il presente e il passato, fare del presente una specie di laboratorio, e diventare competenti in tutti e due gli ambiti! Ma non solo il passato è incomprensibile senza il presente, ma anche il contrario: il presente è incomprensibile senza il passato! Prendiamo le migrazioni, per esempio. Tutta la storia che si studia nei primi due anni in fondo è una storia di migrazioni: dalla diffusione degli ominidi dall’Africa all’Europa, fino alle (cosiddette) invasioni barbariche o alla islamizzazione dell’Africa e della penisola iberica. Quindi le migrazioni di oggi e quelle di ieri vanno analizzate sullo sfondo di una storia in cui gli uomini si sono sempre spostati nel mondo!

Alcuni miei allievi di quinta l’8 e il 9 giugno voteranno per le Elezioni europee. Sui giornali e in tv sentono parlare pochissimo di Europa… Ma se toccasse a questi secondini? Tra qualche anno toccherà a loro. Forse saranno meno sguarniti… chi lo sa. Certo, se nessuno li aiuta a decifrare il presente, da soli si sentiranno perduti. Questo lavoro li ha aiutati un po’ a prendere contatto coi giornali, a leggerli o almeno a sfogliarli, a familiarizzare con alcune parole e temi dell’attualità, ma soprattutto ad aprirsi un po’ a un mondo più grande del giro di amici, del quartiere o paese… Certo, la strada da fare è ancora tanta… Ma auguro loro di tenere occhi e orecchie aperti, sul tema delle migrazioni come sugli altri temi. Come hanno dimostrato presentando in autonomia ai giornalisti che erano venuti a incontrarci il frutto di questo lavoro in un power point – mentre io ero impegnato con una quinta a seguire uno spettacolo di Pirandello. Mi hanno riferito che se la sono cavata bene. Io speriamo che se la cavano.

8 luglio

Se la vittima ha torto. Dopo l’esame di maturità in cui è stato promosso, ricevo da Filippo, un allievo dislessico, questo messaggio tramite Whatsapp: «Gentile Professore, mi scuso per il disturbo, ma sento la necessità di condividere con lei un’esperienza (almeno in parte, perché c’è tanto da dire) molto dolorosa che ho vissuto quest’anno a scuola. Mi creda, il mio intento non è né insultarla né esprimere disprezzo nei suoi confronti. Non sono quel tipo di persona, e spero che questo sia chiaro. Tuttavia, alcune persone in classe hanno mostrato atteggiamenti molto diversi. Ciò che mi ha ferito profondamente quest’anno è stato il sentirmi preso di mira non solo dai miei compagni, ma anche da lei. Per nove lunghi mesi ho subito insulti e disprezzo senza alcuna ragione, attacchi alla mia persona, alla mia etnia, alla mia religione e persino alla mia dislessia. Un ambiente del genere non dovrebbe esistere in classe. Mi sono trovato con dieci persone contro di me, che mi hanno bullizzato e umiliato sotto i vostri occhi, e nessuno ha fatto nulla per fermarli. Non mi sono mai sentito al sicuro… e ci sono persone che, per queste esperienze, arrivano a gesti estremi. Ho passato molto tempo a chiedermi se fossi io quello sbagliato, se meritassi davvero quegli insulti. Ma ora so che non è così. Ho molto da offrire e non devo dimostrare niente a nessuno, ho tutta la vita davanti a me. Eppure, il suo comportamento mi ha ferito profondamente e mi dispiace, perché non potrò portare con me un bel ricordo di lei. Le auguro comunque una buona giornata e buone vacanze». Un testo contraddittorio, a rileggerlo con attenzione.

Io e il mio collega a cui ha mandato lo stesso messaggio abbiamo deciso di non rispondere, perché se fossero vere metà delle cose dovrebbe denunciarci. Questo ragazzo in tutto il corso del triennio, ma in modo esasperato nell’ultimo anno, ha creato nel corpo della classe problemi molto gravi che hanno portato la classe a spaccarsi davanti a lui. Ha creato tra i ragazzi più deboli un gruppo di suoi fedelissimi. Gli altri, al contrario, non lo sopportavano più. Siamo arrivati a un colloquio col padre che voleva rendere l’onore al figlio, a suo dire leso. Quando il collega ha raccontato al padre in modo dettagliato come si era creata la situazione che aveva fatto esplodere la “bomba” (e che qui non voglio raccontare), il padre ci ha salutato e senza aggiungere una parola se ne è andato.

Per questo ho provato molta amarezza nel leggere il messaggio: le persone che hanno problemi, le sedicenti “vittime”, non sempre sono limpide e prive di colpe. L’abbiamo fatto uscire con un voto politico (60/100), anche se non era sufficiente, e questo a parere unanime dei tre interni e dei quattro esterni, che non erano tutti, evidentemente, degli aguzzini. Che lui avesse delle responsabilità non gli è passato per la testa. Lui aveva ragione a prescindere: perché nero, musulmano e dislessico. Purtroppo essere “vittime” non significa essere sempre giustificati, avere ragione a priori. Le “vittime”, a volte, hanno anche torto.

16 luglio

Il libro sono io. Non invidio i colleghi di storia in affanno durante le vacanze perché stanno scrivendo le parti che gli hanno assegnato del sussidio che useranno come testo di storia in terza, il prossimo anno. Ammiro il Dipartimento di storia e filosofia che di fronte al fatto che in terza quasi tutte le classi sforavano il tetto di spesa previsto dal ministero (e non adeguato negli ultimi anni ‒ come se i prezzi dei libri dei testi fossero rimasti fissi!), per fare uscire il Collegio dei docenti dall’impasse ha rinunciato ad adottare il libro di testo di storia. Decisione generosa ed eroica, che però non condivido, se penso a tante contraddizioni. Perché per esempio il nostro Dipartimento di lettere di italiano adotta un’opera in 7 (sette!!) volumi distribuiti sui 3 anni? Una follia. Ho provato a proporre in Dipartimento una adozione in 4 volumi, anzi ne avevo in mente una in 3 (uno per anno). Niente da fare. Idem di latino: 4 volumi (e di latino se ne fa sempre di meno…), io sono per i 3 volumi o ancor di più per il volume unico, a mio parere sufficiente. (Da notare che avere volumi più snelli non significa avere meno materiali: ogni volume ormai ha espansioni digitali). Non ne abbiamo neanche cominciato a discutere, il discorso è stato cassato sul nascere. E il conto di queste impuntature lo paga la storia: come si giustifica questa disparità? Forse che italiano è più importante di storia?

L’idea, poi, di costruire un “libro” (un sussidio, diciamo) di storia è bella nella misura in cui coinvolge un gruppo di docenti affiatato che ha condiviso un indice, suddiviso i capitoli, ecc. Ma so pressappoco come si fanno i libri, per aver lavorato in una redazione scolastica: la cura di un libro non si improvvisa da un giorno all’altro. In casa editrice ad ogni libro lavora costantemente almeno un redattore interno, più tutta una serie di altri professionisti, e il libro è sottoposto in fasi diverse a letture incrociate. La redazione di un libro può durare anni. Pretendere di saltare tutti i passaggi non la trovo buona. Chi garantisce uno sguardo unitario? Chi elimina i doppioni? Chi cura il lessico? Chi uniforma lo stile? Chi bilancia le parti?

Uno dei colleghi coinvolti, facendo un po’ lo sborone dice: «I libri di testo non li faccio usare; tanto vale non comprarli. Il loro libro sono io e gli allievi prendono appunti. Se poi vogliono approfondire o non hanno compreso qualcosa, vadano su Wikipedia…». È una posizione apparentemente innocua, eppure la trovo intellettualmente presuntuosa e metodologicamente sbagliata. Nessuno può porsi come esaustivo e totalitario punto di riferimento per qualsivoglia materia. Se gli allievi prendono appunti significa che io devo semplificare quanto basta. Tanto più il pensiero è complesso e in qualche modo prodotto nel momento stesso in cui viene enunciato, tanto meno è facile (certo, non impossibile) prendere appunti. Anche io spiego tutto e uso poco il libro, raramente assegno parti “teoriche”, specie in terza e quarta, ma non direi mai una frase del genere. Il libro è il loro riferimento, non Wikipedia. La vita degli autori, la maggior parte delle volte, io non la racconto, né faccio l’elenco delle opere o riporto le trame, ecc.: c’è il libro, appunto. E uso il libro di testo per i testi da leggere: in questo italiano è diverso da storia. E se spiego una interpretazione di Verga diversa da quella che è sul libro, dico che sul loro libro ce n’è anche un’altra. La mediazione del libro non è eludibile, se non a costo di una semplificazione. No, dettare o rallentare perché devono prendere appunti non fa per me. E secondo me ‒ è un parere personale ‒ non fa bene alla materia che insegno.