A proposito delle stragi italiane in Etiopia nel 1935 (anno della mia nascita), ho le lettere che un soldato italiano scriveva alla famiglia (non la mia), di conoscenti. Copio qualche riga: «Là ci sono degli abissini e noi li spazzeremo via». «Abbiamo lanciato bombe a mano e nell’inseguimento si sono trovate armi, munizioni e cataste di morti nemici (…) la massa battuta era rilevantissima e lo provano le migliaia di morti visti personalmente (…) gli accampamenti immensi pieni di cadaveri e carogne, materiali e tende. Sono spettacoli macabri, ma che danno la sensazione che i nostri sacrifici non sono stati inutili e che la barbarie abissina cesserà presto».
«Credo di essermi comportato bene perché ho cercato di far rispettare i feriti e di non uccidere per soddisfazione ma solo per necessità. È stata brutta l’impressione, pure, quando mi sono trovato a ricevere una fucilata a tre metri, l’impulso e il dovere mi hanno spinto ad incalzare e raggiungere i nemici colpendoli con bombe a mano. Il proprio dovere e l’istinto spingono a fare questo, però a mente calma non sono cose simpatiche».
Ecco cos’è la guerra, ogni guerra, la guerra italiana all’Abissinia di cui non ci siamo ufficialmente mai pentiti.






