Due concezioni dell’Europa Unita si fronteggiano da più di 80 anni: la prima è quella del Manifesto di Ventotene, scritto da alcuni antifascisti al confino (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) che ha come meta finale uno stato federale, simile agli Stati Uniti D’America; la seconda invece è quella dell’Europa delle Nazioni, in cui ci si sente prima cittadini del proprio paese e solo secondariamente cittadini europei. «Quella in cui, al meglio, si fanno cose insieme per mera convenienza… come i membri di un consorzio alimentare o di un circolo degli scacchi». Anche questa visione ha origini lontane ed è recentemente tornata sulla cresta dell’onda.

«Noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale… nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un’entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell’internazionalismo di marca socialista…» (Benito Mussolini, Milano, Teatro Lirico, 16 dicembre 1944). Non è chiaro a quale comunità europea si volesse riferire Mussolini circa quattro mesi prima della sua fucilazione a Giulino di Mezzegra. È certo invece che ritroviamo quest’idea di Europa (attraverso il pensiero del generale De Gaulle che teorizzò «une Europe des Patries» e quello dei conservatori inglesi culminata con la Brexit) nell’attuale governo italiano, quanto meno nelle posizioni di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. [Devo queste note e la citazione del “duce” all’ultimo libro di Carlo Cottarelli, nel capitolo in cui parla del futuro dell’Europa.]

Come si è visto nella baraonda seguita alla designazione di Raffaele Fitto a membro della Commissione, ciò che conta non sono le funzioni che andrà ad esercitare in nome dell’Europa, ma la bandierina italiana sventolata al suo seggio, col consueto abuso retorico dell’Italia paese fondatore, e quindi con diritto a posti di congrua importanza. Quando, fino a non molto tempo fa, sia Salvini che Meloni propugnavano, con nonchalance, l’uscita dall’euro e magari anche dall’Unione.

È bene allora fare un po’ di chiarezza sul funzionamento dell’Ue, cosa non semplice, essendo i suoi organi il risultato di un lungo processo storico con avanzamenti, arretramenti e compromessi.

Interessi nazionali. La Commissione, ancorché composta da un membro per ogni stato, rappresenta gli interessi europei, non gli interessi nazionali. Questi sono abbondantemente difesi nel Consiglio dell’Unione europea, detto anche Consiglio dei ministri europei, in cui si riuniscono di volta in volta i ministri dei governi nazionali competenti per materia. Ad esempio per i vincoli di bilancio partecipa Giancarlo Giorgetti, attuale titolare del Mef. Quest’organo, importantissimo, ha il potere legislativo, in un rapporto complesso e dialettico con il Parlamento, che si sostanzia nell’emanazione di Regolamenti e Direttive. La Commissione prepara le proposte di legge, ma non decide. Infine gli interessi nazionali trovano ancora ampia tutela nel Consiglio Europeo che comprende i capi di stato e di governo e delinea le scelte generali.

Vicepresidenti. Quindi, al netto di alcune imbarazzate risposte fornite dal nostro rappresentante designato, alle quali si somma la modesta conoscenza della lingua inglese, nel duro esame di fronte al Parlamento europeo, appare del tutto impropria la gazzarra nazionalista alla quale abbiamo assistito nelle scorse settimane. Frutto di calcoli politici o forse più semplicemente di conoscenze non troppo approfondite dei complessi meccanismi dell’Unione Europea. Anche il lungo elenco di mansioni del novello vicepresidente esecutivo (la politica regionale e di coesione, lo sviluppo regionale, le città e le riforme…) cela in realtà minori poteri rispetto a quelli del suo predecessore Paolo Gentiloni (Commissario per gli affari economici e monetari). Quanto alla pomposa carica di vicepresidente esecutivo sentiamo Romano Prodi (Presidente della Commissione dal 1999 al 2004), recentemente intervistato: «Dei miei vice non ricordo neppure i nomi, e ai miei tempi erano soltanto due, figurarsi adesso che sono sei». Tradotto: non contano nulla e per di più li hanno moltiplicati, effetto deteriore delle trattative tra le forze politiche. Tutte queste ambigue vicende non hanno frenato l’entusiasmo propagandistico della Presidente del consiglio, a base di orgoglio e fierezza per i risultati raggiunti dall’Italia in campo internazionale. Fino alla nausea.

Immobilismo. Peraltro va osservato che quello che era lo scopo delle forze di destra, non raggiunto il giorno delle elezioni del 9 giugno ’24, si è realizzato con il più recente voto di fiducia per l’intera Commissione. Con 370 favorevoli (31 in meno di quelli che avevano riconfermato Ursula Von der Leyen a luglio), 282 contrari e una cinquantina di astenuti, l’asse di quest’organo si è spostato a destra, sostenuto da una specie di Grosse Koalition che va dai Democratici e Socialisti e parte dei Verdi fino al gruppo di Giorgia Meloni (Ecr), inizialmente contrario. Orientamento confermato dalle prime proposte della Commissione fresca di nomina. È del tutto probabile che tale schieramento eterogeneo condanni il governo europeo a un sostanziale immobilismo, già realizzatosi nel precedente quinquennio. Ciò mentre la situazione ai suoi confini si è notevolmente degradata, con la guerra in Ucraina. Con l’elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti, l’Unione Europea rischia di essere schiacciata da due irriducibili nemici: lo stesso Trump e Vladimir Putin. Significativa in proposito un’intervista rilasciata da Angela Merkel al «Corriere della Sera» (24 novembre 2024). «Com’è Vladimir Putin?», le chiede Mara Gergolet, corrispondente da Berlino: «La più grande gioia della mia vita, la fine della guerra fredda, la caduta del muro, la riunificazione e l’unità dell’Europa – risponde la ex cancelliera – per lui è legata alla peggiore disgrazia del XX secolo, la fine dell’Unione Sovietica. Le nostre vedute erano quindi diametralmente opposte. Putin cercava di fare della Russia di nuovo una grande potenza … Non era in grado di farlo sul piano economico, con il benessere per tutti… Ci ha provato con i metodi del KGB, con la forza militare e il nazionalismo russo… Così le speranze che avevamo nel 1990, che la Russia prendesse gradualmente la strada della democrazia, non si sono avverate».

Rileggendo l’apertura de il foglio 461 (aprile 2019), alla vigilia delle precedenti elezioni europee, non ci sono elementi che propendano all’ottimismo. Nessun passo avanti sulla Costituzione europea, ferma ormai da 20 anni per l’esito negativo dei referendum francese e olandese (maggio e giugno 2005), nessuna modifica dei sistemi di votazione, spesso fermi ad una unanimità paralizzante, nessun progresso in tema di difesa comune, e soprattutto di comune sistema fiscale e di bilancio. Sarebbe auspicabile un’iniziativa, magari per un’Europa a due velocità, promossa, in modo non retorico, degli stati fondatori, il primo nucleo dei sei (Francia, Germania, Italia e Benelux). Ma con quali forze politiche? In Germania Scholz e la sua coalizione sparirà dalla scena con le prossime elezioni anticipate, in Francia la debolezza dei governi può spianare la via alla destra di Marine Le Pen, in Olanda largo è il seguito di Geert Wilders e del suo “partito della libertà” (estrema destra antiislamica e antimmigrazione). Conosciamo tutti l’orientamento del governo italiano.

Se va bene un immobilismo impotente, se va male un suicidio non assistito. Ed è un vero peccato ripensando, tra molte altre analoghe, a una dichiarazione di John Kerry, segretario di Stato con Barak Obama: «Voi europei non vi rendete conto di cosa avete fatto dal dopoguerra ad oggi, siete un esempio per il mondo». Contro il pericoloso comportamento anarcoide degli stati superiorem non recognoscentes ci restano solo due ferrivecchi (l’Onu e l’Unione Europea). Forse sarebbe bene cercare di ripararli e non di rottamarli definitivamente.

Foto: https://www.msn.com/it-it/notizie/politica/fitto-al-via-l-audizione-al-parlamento-ue-non-sono-qui-per-rappresentare-un-partito-ma-l-europa/ar-AA1tWdL4