«Perché scrivere un libro dedicato al superbonus 110%? … perché rappresenta il più colossale esempio di politica industriale dell’intera storia repubblicana. Anzi: è probabile che nessun Paese al mondo abbia mai sperimentato nulla di vagamente comparabile». Un simile incipit del saggio Superbonus di Luciano Capone e Carlo Stagnaro (Feltrinelli 2024), sottotitolato per di più «Come fallisce una nazione» non può che invogliare alla lettura, che non deluderà, benché comporti talora ardui passaggi tecnici.

Il Superbonus, spiega la sintesi di quarta di copertina, ideato per il rilancio dell’economia dopo il Covid e nella prospettiva della c.d. «transizione ecologica», ha invece incarnato tutte le illusioni della politica. «L’idea ‘di sinistra’ che la strada per la crescita sia lastricata di spesa pubblica e quella ‘di destra’ che si possa fare deficit senza limiti e senza pagare alcun prezzo. Una grande illusione. A posteriori, la più pesante zavorra sui nostri già disastrati conti pubblici. Il miraggio del “pasto gratis”, della geniale misura economica che si autofinanzia, con circoli virtuosi che non generano deficit. Questa operazione è stata lanciata, in prima battuta, dal Movimento 5 Stelle, ad opera di alcuni economisti fiancheggiatori, designati come la ruspante scuola dei “Trento boys”. Una lontana eco, in versione di “sinistra”, dei Chicago Boys del premio Nobel per l’economia Milton Friedman. L’ideatore è una figura di secondo piano, Riccardo Fraccaro, dirigente del M5S e ministro dei rapporti con il Parlamento nel governo c.d. giallo/verde M5S e Lega. Ben presto però le altre forze politiche, in varia misura, aderirono al progetto chiedendone anche in molti casi il potenziamento, da Avs, al Pd fino a Fratelli d’Italia. Addirittura con richieste pressanti di rendere permanente il bonus fiscale. Ciò determinò, e questa è la parte più interessante e nuova dell’accurata ricerca degli autori, «il più colossale fallimento delle strutture tecniche (Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ragioneria dello Stato, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Corte dei Conti) che avrebbero dovuto stimare “ex ante” l’impatto del provvedimento sul bilancio dello Stato». Una resa senza condizioni alle richieste delle forze politiche, che deve preoccupare i cittadini anche per il futuro, sulla buona salute della nostra democrazia.

La prevalenza del cretino

A fronte di un modesto incremento del PIL, valutato intorno all’1%, l’aumento dello stock di debito pubblico è stato di 150 miliardi di euro, cioè di circa il 5% del debito totale fin qui accumulato. Ma le devastazioni di tipo sociale e sul corretto funzionamento dell’economia sono state davvero notevoli. Soltanto il 4% delle abitazioni ha fruito del superbonus, ma solo lo 0,2% apparteneva alla categoria catastale di tipo popolare, di proprietà di persone meno a mezzi. Ciò ha significato  l’equivalente di una grande imposta regressiva, in violazione dell’art. 53 della Costituzione, cioè in pratica i meno abbienti hanno con le loro imposte pagato i lavori sulle abitazioni dei più ricchi.

Pure lo sconvolgimento del mercato dell’edilizia è stato notevole. In primo luogo i prezzi di tutti i materiali per l’improvvisa forte domanda hanno subito un’impennata. E non essendovi contrasto d’interessi tra chi fruiva del superbonus e chi faceva i lavori, vaste sono state le praterie in cui ha galoppato la speculazione. Insomma lavori “à la carte” e pagamento “a piè di lista”. Per alcuni periodi l’industria non riusciva nemmeno a far fronte alle richieste di certi materiali edilizi e di ponteggi, cioè si assisteva a fenomeni di scarsità fisica, prima ancora che di aumenti di prezzo. È evidente che  i “Trento boys” non mostravano di avere grande dimestichezza con le più elementari leggi economiche. A seguire gli sconvolgimenti finanziari: era prevista la cessione dei crediti dalle imprese alla banche o ad altri operatori finanziari, che avrebbero potuto utilizzarli per pagare le imposte. Si veniva a creare in tal modo una quantità di “moneta fiscale” non controllata dalla Banca Centrale Europea, l’unica autorizzata alla regolazione della moneta circolante. Presto però gli operatori finanziari cessarono di acquistare i crediti, sia perché avevano esaurito tutte le tasse da pagare e sia perché la presenza di imprese improvvisate e di notevoli truffe rendeva i crediti sempre più rischiosi. Con la conseguenza però che le imprese sane si trovarono senza liquidità, a rischio di fallimento. Il Governo si trovò quindi nella necessità di intervenire, riducendo man mano le facilitazioni e stabilendo limiti di tempo tassativi. Tutti gli esecutivi: dal Conte 2, a Draghi e infine all’attuale governo Meloni, che bene o male, con molti cocci, sta chiudendo definitivamente la vicenda.

Si diceva del sottotitolo «come fallisce una nazione» che suona un po’ beffardo nei confronti della nostra presidente del Consiglio. È chiaro che il fallimento è dello Stato, del suo bilancio, delle sue politiche. La “nazione” è un concetto straordinariamente proteiforme utilizzabile a molti scopi, sorto a sinistra con la Rivoluzione Francese e poi virato a destra nel Novecento e ritornato oggi prepotentemente alla ribalta. Piace molto a Giorgia Meloni, che spesso lo cita fuori luogo, complice la vaghezza del contenuto e un certo fascino segreto. Poco si parla invece dei vincoli che lo sciagurato bonus 110% ha imposto e imporrà in futuro alle spese dello Stato per altri servizi ben più necessari.