Il cielo è di stagno, ne sento il gusto in bocca: stagno vero.
L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
gli alberi s’irrigidiscono al loro posto come nervi bruciati.
Stanotte non ho fatto che sognare distruzioni, annientamenti:
una catena di montaggio di gole tagliate, e tu ed io
che ci allontanavamo adagio nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
senza rumore, su ruote di gomma, verso la stazione balneare.
Che echi dai balconi! E il sole come illuminava
i teschi, le ossa sfibbiate di fronte al panorama.
Spazio! Spazio! Le lenzuola venivano ormai meno.
Le gambe del lettino si scioglievano in terribili posture, e le infermiere –
ogni infermiera incerottava la sua anima a una ferita e spariva.
Gli ospiti mortali non erano rimasti soddisfatti
delle stanze, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
o del mare, che acquetava il loro senso spellato come Mamma Morfina.
(Sylvia Plath, Svegliarsi in inverno (1960), Mondadori, I meridiani, 2002, p. 435)
Se la letteratura presenta una varietà di punti di vista raramente attingibili nella vita reale, il lettore accorto percepisce ogni volta di più quanto tale guadagno sia indispensabile al suo stare al mondo. L’alterità è sovente fonte di conflitto e causa di male al di là di ogni logica e razionalità, come ogni giorno siamo costretti a scoprire ascoltando le notizie dal mondo. E siccome l’altro diventa spesso un nemico, tanto più quando si trova in cattive acque − proprio come dice il mostro più raffinato della storia del romanzo: «gli uomini odiano i disgraziati» (Frankenstein di Mary Shelley) −, allora l’esercizio di entrare nella mente altrui che la letteratura ci offre, diventa un dovere morale e politico.
Tra le numerose alterità con le quali fatichiamo o persino rifiutiamo di entrare in contatto, possiamo indubbiamente annoverare quelle delle persone affette da disturbi psichiatrici. E che la salute mentale sia correlata a tanti dei fatti di cronaca, che non ci vengono necessariamente raccontati in questi termini, ho iniziato a capirlo ascoltando una serie di podcast sul tema, tra cui segnalo una puntata di Orazio costruita a partire dall’attacco ai mercatini di Magdeburgo di dicembre (https://www.ilpost.it/podcasts/orazio/ep-6-conoscere-lignoto/) e il pluripremiato podcast Oltre, sul fenomeno degli incel: https://www.raiplaysound.it/programmi/oltre-uninchiestasulluniversoincelitaliano.
A prescindere dalla gravità e specificità del disturbo, avvicinarsi a una psiche perturbata non è un’esperienza per tutti: richiede competenze, ma anche una disposizione empatica difficile da assumere di fronte a comportamenti incomprensibili, problematici, inquietanti. Le poesie di Sylvia Plath offrono questa possibilità, facendo penetrare il suo lettore precisamente in tali recessi della mente. La sua parola assume l’angoscia esistenziale, nel desiderio di esprimerla e insieme controllarla. Leggerla ci fa percepire qualcosa del suo male di vivere, chiedendoci di sostare nel suo sguardo allucinato e scorgere le immagini di un mondo trasfigurato che è tanto suo quanto nostro. E mentre ci apriamo alla sua immaginazione, pare di sentirci a nostra volta su quella fragile soglia, come se bastasse poco meno di un alito di vento per cadere dall’altra parte, nella follia appunto.
Sylvia Plath ha una vita breve: si uccide a trent’anni nel febbraio del 1963, dopo averci già provato dieci anni prima. A quel tempo il suo genere di sofferenza veniva «curata» con l’elettroshock, che non solo risultava inefficace a risolvere alcunché, ma lasciava nel paziente un senso di vuoto e di perdita che andava ad aggravare la situazione di partenza. Sono tanti i film che raccontano i manicomi e le terapie adottate; uno su tutti l’indimenticabile Qualcuno volò sul nido del cuculo (Milos Forman, 1975), ma mi piace anche ricordare il personaggio di Giorgia, interpretata da Jasmine Trinca ne La meglio gioventù (Marco Tullio Giordana, 2003), grazie al quale uno dei protagonisti diventa psichiatra, seguendo il metodo Basaglia, che a quel genere di ricoveri per malati mentali metterà fine nel 1978 con una legge che porta il suo nome (anche qui suggerisco un interessante podcast: Basaglia-e-i-suoi.
In Sylvia l’esperienza dell’elettroshock ha un effetto devastante, rendendola ancora più vulnerabile e spingendola appunto al primo tentativo di suicidio, quando si costruisce una celletta fatta di una catasta di legna nella cantina di casa, per poi inghiottire una gran quantità di pillole di sonnifero. Per tre giorni nessuno riesce a trovarla, finché non si ode un gemito – Sylvia infatti è rimasta miracolosamente in vita grazie al vomito con cui il suo corpo ha espulso le troppe pillole. Da quei tre giorni, in cui si è sepolta in cantina, ne esce come salvata, rinata, risorta (Lady Lazarus dirà di sé in un testo).
Plath ha subìto la perdita precoce del padre, docente di biologia, che, persuaso di avere una malattia incurabile, non si sottopone a diagnosi o terapie di sorta, salvo morire semplicemente di un diabete trascurato. La madre ha tenuto i figli lontani dal proprio lutto, impedendo loro di vedere il padre morto e persino di assistere al funerale. Negli anni a venire caricherà la figlia di attese, che la ragazza non mancherà di soddisfare: Sylvia si rivela una studente modello, una perfezionista, nonché dotata di una grande fantasia, sebbene allucinata e sinistra (nei suoi versi uccide il padre con un palo nel cuore, come fosse un vampiro, e vede la madre come una medusa, strappandosi dai suoi tentacoli). Dall’America decide di trasferirsi in Inghilterra, tagliando i ponti con le proprie radici e facendo di sé un’outsider. Qui incontra il poeta che diventerà suo marito e con cui vive alcuni anni di felicità prima di subirne l’abbandono. Nel frattempo ha avuto due figli, che sono ancora molto piccoli quando prepara loro la colazione prima di darsi la morte, mettendo la testa nel forno di casa.
Poeta precoce, Sylvia ha registrato in versi le sue sensazioni, paure, visioni. Così – ho pensato − invece di ipotizzare interpretazioni possibili per decodificare un linguaggio che deve restare perturbante proprio a testimonianza del dolore vissuto, forse per questa volta si potrebbe sperimentare una via diversa, provando piuttosto ad entrarci come fosse nostro, senza giudizio e con la necessaria cautela con cui è bene accedere a un’esperienza privata altrui. Entrando nei versi di Svegliarsi in inverno, percepiamo quindi il gusto di stagno che ci fa sentire in bocca l’atmosfera suscitata da un cielo invernale plumbeo e cinereo, che apre la nostra immaginazione a figure di morte e violenza (una catena di montaggio di gole tagliate). È un incubo, che neppure un viaggio in auto verso il mare interrompe con paesaggi diversi – e ancora una volta la sensazione passa dal cavo orale visto che i protagonisti della prima strofa (tu ed io)bevono il verde / veleno dei prati ammutoliti. E l’incubo continua anche quando il cielo ha cambiato volto grazie alla presenza del sole, che qui riesce solo a gettare luce su nuovi segni di devastazione (illuminava / i teschi, le ossa sfibbiate di fronte al panorama). La stazione balneare si trasfigura allora in un ospedale psichiatrico, dove i letti perdono la consistenza materica (Le gambe del lettino si scioglievano in terribili posture), che al loro posto guadagna invece l’anima delle infermiere che con questa curano le altrui ferite (ogni infermiera incerottava la sua anima a una ferita e spariva). Eppure nonostante l’atmosfera accogliente, gli ospiti di quell’onirico ostello non trovano requie e persino il mare diventa sedativo, ottenendo l’unico effetto di stordirli nel non senso (acquetava il loro senso spellato come Mamma Morfina).
Negli ultimi due anni di vita, le poesie di Plath virano sempre più spesso sui turbamenti che la attanagliano. Li leggiamo allora con il medesimo intento sopra dichiarato, di entrare cioè in quelle sensazioni già sapendo di non poter capire: Scivolo / nuda come Cleopatra nella mia sterile camicia di ospedale, / effervescente di sedativi e piena di insolita allegria, / su un carrello fino a un’anticamera dove un uomo gentile / mi chiude le dita a pugno. Mi fa sentire che qualcosa di prezioso / sta colando dalle valvole. Conta fino a due / e il buio mi cancella come gesso su una lavagna… / Non so più nulla (Lifting, 15 febbraio 1961).
Sylvia muore l’11 febbraio 1963. Leggiamo dunque alcuni testi che gradualmente si avvicinano al momento cruciale. L’alterità con cui abbiamo introdotto questa riflessione, diventa per Sylvia l’altra se stessa, con cui deve apprendere a fare i conti e che gradualmente sta prendendo il sopravvento: Non ne uscirò mai! / Ci sono due me, ora: / questa nuova persona, bianchissima, e la vecchia e gialla, / e la bianca è certamente superiore. / Non ha bisogno di cibo, è un’autentica santa. / All’inizio la odiavo, non aveva personalità: / era lì, a letto insieme a me, come una morta / e mi metteva paura, perché era fatta tale e quale me (Nel gesso, 18 marzo 1961).
Ancora più duri, forse, sono i versi in cui racconta il suo primo tentativo di suicidio: Quest’anno, del resto, non voglio un gran regalo. / In fondo sono viva solo per caso. // Mi sarei uccisa volentieri quella volta in qualunque modo. Ora ci sono questi veli, che tremolano cangianti come tende […] // Se solo sapessi come i veli uccidevano i miei giorni. / Per te sono soltanto trasparenze, limpida aria […] // Basta che tu tolga il velo, il velo, il velo. / Se fosse la morte, // ne ammirerei la profonda gravità, gli occhi senza tempo. Saprei che fai sul serio. // Ci sarebbe una nobiltà allora, sarebbe sì un giorno natale. / E il coltello non taglierebbe a pezzi, ma entrerebbe // puro e netto come il grido di un neonato / e dal mio fianco scivolerebbe fuori l’universo (Un regalo di compleanno, 30 settembre 1962).
L’ultima poesia che scrive qualche giorno prima di darsi la morte è come un annuncio di quello che sarà: La donna ora è perfetta. / Il suo corpo // morto ha il sorriso della compiutezza, / l’illusione di una necessità greca // fluisce nei volumi della sua toga, / i suoi piedi // nudi sembrano dire: / Siamo arrivati fin qui, è finita (Limite, 5 febbraio 1963)
Una puntata di Morgana del 16 febbraio 2024 (https://storielibere.fm/morganaep-50-sylvia-plath/) è dedicata a Sylvia Plath, all’interno della serie sulle madri, quelle che non sono come ci si aspetterebbe che fossero, quelle che forse non avrebbero mai dovuto diventarlo o che lo sono state loro malgrado. Senza giustificazione, senza giudizio, senza scandalizzare. Quando non possiamo capire, possiamo almeno metterci in ginocchio davanti a quel dolore e, in silenzio, ascoltare.






