Con la seconda presidenza Trump, nel mondo si fronteggiano due politiche industriali contrapposte: liberismo e protezionismo. Purtroppo però sono entrambe inadatte ad affrontare i gravi problemi che l’umanità ha di fronte.
Il liberismo globale non conviene
Con la fine dei regimi comunisti, la caduta della cortina di ferro e la svolta cinese seguita alla morte di Mao, il mondo è entrato in una fase di liberismo globale. Il sistema economico ha subito una vera rivoluzione. I paesi più avanzati industrialmente e finanziariamente, Stati Uniti in testa, si sono lanciati alla riconquista del mondo, questa volta non più come colonizzatori, ma come imprenditori. Le restrizioni ai movimenti di capitale sono state ridotte progressivamente al minimo e un’ingente massa finanziaria ha cominciato a girare per il pianeta in cerca di profitto. Avvalendosi di un costo del lavoro molto basso, vari paesi, in particolare nell’Est asiatico, hanno cominciato uno sviluppo accelerato inondando i mercati con le loro merci. Per facilitare questi commerci si è cominciato ad abbassare o eliminare completamente le barriere doganali. L’effetto di questa politica industriale è stato strabiliante: la produzione, il commercio e la ricchezza sono cresciute come raramente era avvenuto prima.
Ora però questa grande spinta innovativa sembra esaurita perché il liberismo presenta tanti vantaggi produttivi, ma ha un grave difetto: concentra la produzione; sono le stesse leggi del mercato che ottengono questo risultato. Le imprese più forti crescono inglobando le più deboli, le zone più favorevoli si sviluppano sempre più e le meno favorite si desertificano. È lo stesso fenomeno che avviene in un ammasso di polvere e gas nell’universo. Granelli leggermente più grandi degli altri deformano lo spazio inglobando la materia più piccola intorno, continuando a crescere fino a formare, dopo milioni di anni, stelle e pianeti in una nuova galassia con zone molto luminose e attive e altre fredde e buie.
Molto presto gli Stati Uniti si sono accorti che il liberismo favoriva aldilà di ogni previsione la Cina, che ha tutte le caratteristiche favorevoli per diventare un paese egemone: vasto e ricco territorio, popolazione molto numerosa e insediata da tempo nelle zone più promettenti del globo, cultura millenaria. E infatti la potenza asiatica ha cominciato a svilupparsi a tassi superiori al 10% annui, scalando posizioni su posizioni, diventando la fabbrica del mondo e insidiando così l’egemonia americana. La politica liberista oggi non conviene più agli Stati Uniti. Ecco spiegato il successo dei repubblicani guidati da Trump che hanno così deciso di cambiare politica industriale passando al protezionismo.
Il protezionismo industriale costa troppo caro
Le politiche industriali contrarie al liberismo sono due: la pianificazione e il protezionismo. Dopo il fallimento dei regimi comunisti abbiamo capito che la pianificazione è utile nelle prime fasi di sviluppo di paesi arretrati, ma non è adatta per Stati industriali avanzati. Resta perciò il protezionismo, politica praticata per lunghi periodi storici, soprattutto nell’800 e nella prima metà del 900, perché dazi e svalutazione della propria moneta rispetto alle altre sono stati sempre strumenti molto efficaci per gli Stati nazionali che vogliono difendere le loro industrie da quelle più potenti di altri paesi. Questa sembra la strada scelta dai repubblicani di Trump. Ma anche se fatta a scopo ricattatorio per ottenere accordi più favorevoli, questa politica industriale oggi è ancora più sbagliata del liberismo, perché produce conseguenze difficilmente valutabili, ma tutte negative. Non siamo più nel XIX secolo in cui per fare il giro del mondo occorrevano 80 giorni, oggi bastano 80 minuti. Disfare la globalizzazione e tornare all’economia della prima metà del Novecento avrebbe un costo elevatissimo, soprattutto per i paesi più sviluppati. Questo fa sorgere qualche dubbio sui veri obiettivi dell’amministrazione Trump. Comunque sia, porterà sicuramente a un impoverimento generale, a un aumento di conflitti e scontri tra Stati nazionali. La geopolitica più machiavellica e non costruttiva avrà pieno corso. Sappiamo purtroppo dove ci può portare questo caos generale.
Una politica ragionevole è quasi impossibile (ma necessaria)
In realtà una politica industriale alternativa a queste sbagliate, più adatta alla realtà che abbiamo difronte, si può ipotizzare e si basa su due capisaldi: libertà per le imprese di svilupparsi e innovare, e un quadro di regole in grado di imbrigliare le scorribande della finanza (magari abolendo i paradisi fiscali) e impedire ad intere popolazioni l’impoverimento e lo svuotamento dei loro territori, offrendo valide alternative. I mezzi finanziari per questa attività regolativa, di giustizia sociale e di riequilibrio territoriale si possono reperire con un’imposta fortemente progressiva sui profitti delle imprese e sui redditi personali. Questa politica ragionevole e promettente però oggi è impedita dalle condizioni in cui si trova l’economia mondiale, completamente globalizzata ma divisa politicamente in Stati nazionali, ciascuno intento a difendere il suo particolare. In queste condizioni finanza, profitti e grandi patrimoni possono scegliere il paese con la legislazione più favorevole; controllarli è difficile, tassarli adeguatamente impossibile. Occorrerebbe un accordo globale tra le potenze più importanti e la rinuncia a perseguire una politica egemonica di potenza. Per il momento siamo molto distanti da questi obiettivi.
Dunque abbiamo di fronte tre politiche industriali: due praticabili, ma che non ci possono togliere dal pantano in cui sguazziamo, e una più promettente ma che è difficile attuare per l’arretratezza politica del mondo in cui viviamo. Assisteremo all’intreccio e allo scontro tra queste tre proposte e l’esito finale deciderà il nostro futuro.
Questo mi porta a fare un’ultima osservazione: sappiamo che le forme viventi che non riescono ad adattarsi ad un ambiente profondamente mutato si estinguono. Cerchiamo di evitarlo, visto che l’ambiente (economico e sociale) lo stiamo mutando noi stessi.






Acuto, interessante, inquietante circa le prospettive che ci attendono