Riprende, dopo l’interruzione estiva, la rubrica mensile di poesia, il quarto mercoledì del mese.
Tu non ricordi
Ma in un tempo
Così lontano che non sembra stato
Ci siamo dondolati
Su un’altalena sola
Che non finisse mai quel dondolio
Fu l’unica preghiera in senso stretto
Che in tutta la mia vita
Io abbia levato al cielo
(Michele Mari, da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, Einaudi, Torino 2007)
Una poesia d’amore e, forse, di nostalgia in una raccolta che ha riscosso un insolito successo (per essere un libro di poesie, intendo) intitolata a Ladyhawke – richiamo a un film del 1985 interpretato da Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer, in cui due innamorati sono destinati a restare separati a causa di un malvagio sortilegio che trasforma lei in falco di giorno e lui in lupo di notte. Si possono incontrare come esseri umani solo per pochi istanti, quando la luna lascia il posto al sole. Il film è stato in parte girato a Rocca Calascio, in provincia di L’Aquila, che nel doppiaggio italiano del film diventa Aguillon, per suonare più francese e meno abruzzese. Per chi la visitasse, vista dal basso la fortezza è imponente, ma dopo la salita si calpesta quel che resta delle rovine, come è normale attendersi, trattandosi di una costruzione di epoca normanna, gradualmente abbandonata a partire dal Settecento.
Tu non ricordi – qualcosa che l’io poetico invece rammenta, quasi come un rimprovero a colei che ha dimenticato, avvinta da un presente che pare essere diverso (in un tempo / Così lontano che non sembra stato). C’è uno scorrere del tempo che non tutti sono disposti ad accettare, specie se cambia qualcosa di quello che abbiamo amato. Forse al presente non lo ameremmo più, perché nel frattempo anche noi siamo cambiati; eppure quel ricordo si è trasformato in un idillio cristallizzato in una rappresentazione tutta nostra che, a dispetto della sua irrealtà, è diventata un dato incontrovertibile. Questo è quello che fa la memoria, arrivando a modificare un fatto in un fotogramma ricostruito dai successivi richiami, di cui ci siamo compiaciuti e che ci paiono più veri del vero: così lo ricordo, così è sicuramente stato. Tant’è.
Ci siamo dondolati su un’altalena sola – è l’idea dell’essere all’unisono, dello stare insieme come se non ci fosse null’altro attorno, dell’unione felice come se non ci fosse un domani. È un’immagine e dunque leggibile a seconda della propria maggiore o minore inclinazione a un certo “romanticismo”, che una raccolta di poesie generalmente gratifica. Non è la poesia migliore della raccolta, ma l’ho trovata in un’antologia scolastica per licei e mi sono interrogata sull’educazione sentimentale che tale scelta propone ai nostri adolescenti, bramosi di esperienze ma più spesso alle prese con la frustrazione di amori non corrisposti.
Che non finisse mai quel dondolio – la trappola dell’amore eterno, di un amore che, se è vero, sopravvive solo dopo aver scoperto che non può essere eterno, perfetto, inviolabile. Ma che al contrario cambia, si trasforma, oblia quel tempo primo (e per fortuna!). Eppure sembra che non si possa scrivere d’amore senza quel desiderio di felicità eterna, inevitabilmente frustrata.
L’unica preghiera in senso stretto – ci deve essere un senso “largo”, che rifugge ogni interesse, qui concentrato su quel desiderio di amore imperituro, che avrebbe motivato persino una preghiera! Ma il senso “largo” pare non esserci, se dobbiamo credere al verso finale – a dire il vero un po’ stonato alla lettura, che ho provato più e più volte, senza perdere la sensazione iniziale.
E se invece si trattasse di tutta un’altra storia, di un amore mai dichiarato, ma vissuto da uno solo dei due, come agli adolescenti facilmente capita? In tal caso possiamo immaginare che queste parole siano state pronunciate durante un incontro a distanza di anni, quando quel sentimento si è spento da tempo e lo si può infine raccontare con poco imbarazzo, persuasi che l’età presente preservi da quanto aveva fatto da freno in quell’epoca lontana.
In questo secondo caso si può leggere il testo fuor di metafora: i due si sono realmente dondolati su un’unica altalena per qualche minuto, durante una gita scolastica o in un’uscita di fine anno. In mezzo ai tanti altri compagni e compagne, è capitato che i due si trovassero a condividere un seggiolino. Ma per uno (o una) dei due, quegli istanti si sono fissati in un sogno, che neppure il tempo ha cancellato.
Suppongo di non aver esaurito le possibilità di lettura, che restano sempre molte. E suppongo di aver lasciato traccia di alcune delle «rovine» che la memoria custodisce come qualcosa di prezioso. Ah, l’auto-fiction!






