Riceviamo da un caro amico e volentieri pubblichiamo questa poesia. (a. r.)

Udivo come non avessi orecchi.
Ma una parola viva
fino a me venne dalla vita:
compresi allora di udire.

Vedevo come se i miei occhi
a un altro appartenessero, finché
venne qualcosa – e so che fu la luce
perché perfettamente li appagava.

Vivevo come se io non vi fossi,
vi fosse solo il mio corpo,
finché una forza mi scoperse
e rimise al suo posto la mia essenza.

Si rivolse lo spirito alla polvere:
«Tu mi conosci, vecchia amica».
E il tempo uscì per dare la notizia
ed incontrò l’eternità.

Emily Dickinson 1039

La poesia non è natalizia, né religiosa, se non per un possibile accenno. Parla di un momento di profonda trasformazione: prima gli orecchi non sentivano, gli occhi non vedevano, la vita era assente. Poi, d’improvviso, una parola/luce/forza inattesa ha fatto sbocciare un’altra essenza con una vera e propria metamorfosi. Lo spirito e la polvere si sono riconosciuti e il tempo si è – con stupore – spalancato sull’eterno.

Di che cosa parla Emily Dickinson, della sua “vocazione” poetica o di qualche altra cosa? Difficile stabilirlo. La descrizione però ricorda quella biblica di sordi che odono e muti che parlano. Di una spirito che fa rinascere la polvere. E di una buona notizia che convoca tempo e eternità. Senza voler forzare l’interpretazione né addomesticarla a mire non sue, si può cogliere però
l’assonanza con una esperienza che fa della trasformazione la chiave della vita. E di un momento in cui il tempo incontra l’eternità, o soprattutto viceversa. E di questo è rivelazione anche e soprattutto il Natale.

Oreste Aime