Vangelo della festa di Cristo re: Luca 23,35-43
Con quest’articolo si concludono i commenti ai vangeli lucani dell’anno C; li riprenderemo in gennaio nelle domeniche del tempo ordinario con la lettura continua del vangelo di Matteo (anno A).
Nella solennità di Cristo re dell’universo il lezionario è stato coraggioso nello scegliere il dialogo fra il buon ladrone e Gesù, poiché la crocifissione è semmai il contrario della regalità universale. È un brano di quel che abbiamo chiamato Luca II, ossia una tradizione esclusiva di Luca che si manifesta soprattutto nella storia della passione. Infatti in essa non c’è la flagellazione né la corona di spine; i soldati percuotono sì Gesù durante la notte giocando allo schiaffo del soldato, ma il processo al sinedrio (diversamente dagli altri vangeli) si svolge all’indomani con una mattinata piuttosto “intasata”: al sinedrio, da Pilato, invio ad Erode (solo in Luca), ritorno da Pilato, salita al Calvario, con Gesù sulla croce già a mezzogiorno!
Solo in Luca abbiamo lo sguardo di Gesù a Pietro dopo il suo rinnegamento, in cui egli nega ma non giura, mentre negli altri due sinottici è uno spergiuro; la situazione nel Getsemani col sudare sangue e il conforto angelico è molto più angosciante che nei paralleli, mentre meno angoscioso sulla croce è il «Padre nelle tue mani affido il mio spirito».
Uno zelota credente? Il buon ladrone (e forse anche l’altro malfattore) non è detto che fosse un malvagio delinquente comune (macchiatosi di gravi reati penali), poiché i romani crocifiggevano anche gli zeloti, ossia i ribelli, rivoltosi contro l’impero, i fautori della lotta (anche armata) contro Roma, equiparabile a quella della resistenza dei nostri partigiani nell’ultima guerra. Avrà anche commesso violenze, ma forse non era un mascalzone.
Egli rimprovera il suo socio ribaldo [che insulta Gesù come i capi del popolo e i soldati in 23,35-39; solo il centurione lo proclama giusto, e non figlio di Dio come in Mc e Mt] di non temere Dio; dato che il timor di Dio nella Bibbia è spesso quasi sinonimo di “fede”, egli crede almeno nel regno di Dio e, senza chiedere esplicitamente perdono, si rivolge con amichevole naturalezza a Gesù dicendo: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». In tutti i vangeli è l’unico interlocutore che, rivolgendosi a Gesù, usa il possessivo; i discepoli interrogano varie volte Gesù sulla venuta del regno, ma non dicono mai «tuo».
Il terzo cielo. Gesù risponde: «Sarai con me in paradiso» (cfr. l’appendice tecnica), senza pene, penitenze, senza… purgatorio [con buona pace per le indulgenze, che la congregazione romana si ostina a sfornare a raffica; in media due nuove ogni mese, come risulta dal sito del Vaticano], ma con l’ingresso diretto in “paradiso”, che ricorre nel NT solo due volte: qui e in 2Cor 12,4 [la terza volta in Apocalisse 2,7 si tratta del paradiso terrestre, dell’Eden]. Paolo lo identifica col terzo cielo, che non è tolemaicamente quello di Venere come in Dante. Dato che nell’AT i cieli sono spesso espressi in forma duale (sia in ebraico che in greco esiste, oltre al singolare e plurale, il duale), cioè sono due come quelli in Genesi delle acque inferiori e superiori, Paolo intende un aldilà e un al di fuori dal cielo fisico, nella sfera immateriale di Dio.
Zaccheo sul sicomoro (Lc 19,1-10). Il vangelo odierno è molto simile al racconto di Zaccheo (anch’esso solo in Luca; un altro buon ladrone?), saltato domenica 2 novembre perché sono prevalse le letture della commemorazione dei defunti.
Il problema è che subito (19,8) Zaccheo “spara” di brutto la promessa di restituzione ed elargizione ai poveri senza alcuna preparazione. Gesù è a malapena entrato, non ha ancora detto né fatto nulla, che Zaccheo proclama il suo risarcimento penitenziale.
È una pezza giustificativa dell’accoglienza scandalosa di un esattore-strozzino: quello che una normale comunità cristiana avrebbe esigito per il suo battesimo e il relativo perdono dei peccati da espiare con la dovuta soddisfazione, ossia una punitiva penitenza purificatrice. Ma questo è tipico delle confessioni religiose, non di Gesù; le chiese non hanno mai digerito il Dio della grazia senza condizioni, arretrando nella visione ancestrale del peccato-colpa-pena: bisogna pagare con castighi per essere perdonati, accolti e salvati.
Ciò non significa che Zaccheo poi non l’abbia fatto, dati i dettagli precisi dell’intero racconto con la coreografia di salire sul sicomoro perché era piccolo di statura; ma è fuori quadro, non dirimente. A prescindere dalle elargizioni successive, il senso è che la salvezza sia entrata gratis nella casa perché anch’egli figlio di Abramo (v. 9b).
Dopo la presentazione lineare di 19,1-7, abbiamo in pratica tre livelli-strati successivi:
1° livello: data la mormorazione di tutti, poiché è andato ad alloggiare da un peccatore, Gesù giustifica l’entrata e la sosta a casa di un simile soggetto dicendo: «anch’egli è un figlio di Abramo» (19,9b); come è andato spesso a pranzo dai farisei, così nel vangelo di Luca che lo riferisce almeno tre volte (5,30; 7,34; 15,1s) va pranzo dai pubblicani, perché sono tutti uguali in quanto ebrei. Si tratta di una posizione altamente polemica nei confronti delle elites giudaiche (farisei, scribi, sacerdoti..), poiché Zaccheo, come tutta la discendenza di Abramo, ha lo stesso onore (senza classificare chi sta più in alto o più in basso in posizioni infime e disprezzabili) e lo stesso diritto di non essere escluso dalla comunione sociale. Il culmine è un deciso “No” a tutte le discriminazioni con le loro pesanti conseguenze, come la proscrizione (messa al bando) dei pubblicani, a maggior ragione di un (del) capo dei pubblicani.
Il Dio della grazia, non della violenza
2° livello nei vv. 9-10 saltando il 9b; la salvezza è entrata in quella casa di Gerico perché il figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto (come per il prodigo). Si tratta di una salvezza gratuita, senza condizioni, senza contro-partite, se non, oltre all’ovvio ravvedimento, una predisposizione gioiosa al ricevimento di Cristo, come ha fatto Zaccheo invitando da entusiasta Gesù a casa sua.
3° livello: dato che è capo dei pubblicani (con un passato da strozzino) e quindi un uomo ricco, si richiede un minimo di “adeguamento” alla sua “conversione”: da qui la sua promessa inserita di brutto dalle chiese (v. 8). La punizione penitenziale è un’invenzione clericale.
Invece il Luca II costituisce il manifesto del Dio della grazia, all’opposto della violenza del sacro. Nessuno come lui ha capito l’amore del Padre, al pari del quarto vangelo. La bontà (bene, grazia) divina viene donata, sempre in piena gratuità senza motivi particolari di merito, all’uomo bisognoso e consapevole della propria fragilità.
Ma ciò, come il prodigo, è risultato fin dall’inizio abbastanza indigesto alle comunità religiose per cui si è reagito con l’elaborazione della penitenza, sacramentale o meno, considerata indispensabile per la giustificazione.
Appendice tecnico-storica
Dato che nei manoscrittinon c’è la punteggiatura, dove piazziamo i due punti in Lc 23,43 (un facile esempio anche scolastico)? Prima o dopo l’oggi? Nel primo caso abbiamo la versione consueta: «Oggi [stesso] sarai con me in Paradiso». Nel secondo caso: «In verità te lo dico oggi:…», lo sarà in un futuro imprecisato. Quest’ultima non è del tutto scartabile, poiché sia in Luca per 40 giorni e sia nell’apparizione a Maria in Gv 20,17 Gesù le dice espressamente di non essere ancora salito al Padre.
Per quanto concerne Zaccheo, i dettagli precisi [il suo nome proprio, quello della sua città di Gerico, l’essere il capo dei pubblicani e basso di statura] rendono il racconto (quasi) sicuramente storico.
Molto più incerto è invece il buon ladrone; ma non perché Gesù non avrebbe potuto pronunciare la parola per lui straniera Paradeisô (in dativo). Gesù potrebbe aver detto «con me nel seno di Abramo, o nel sedere assieme a me a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe» e simili, che Luca, scrivendo per i pagani (digiuni di AT), ha tramutato nel greco “paradiso”. L’ha fatto altre volte, come all’inizio della parabola della grande cena: il collegamento fra il banchetto e il regno escatologico (mangiare e bere nel mio regno) è chiaro per un lettore palestinese [senza bisogno di esplicitarlo], ma non per un cristiano proveniente dal paganesimo; per questo Luca lo spiega ai suoi lettori all’inizio in 14,15 mettendolo in bocca a un commensale: «Beato chi mangerà il pane (o il pranzo) nel regno di Dio». Così pure si è “inventato” la donna tra la folla che grida: «Beato il seno che ti ha portato…» (11,27) quale input alla vera beatitudine.
Luca è un maestro nel creare gli scenari ottimali col linguaggio appropriato; quella del buon ladrone è forse la più stupenda delle sue scenografie, più affascinate del Sacro Catino conservato nella cattedrale di Genova (esposto nelle grandi solennità), che alla fine del duecento l’arcivescovo genovese Jacopo da Varazze (famoso per la Legenda aurea) chiama Santo Graal, con cui Giuseppe d’Arimatea avrebbe raccolto gocce del sangue di Gesù nella deposizione. L’intera prima pagina del domenicale del Sole 24 ore del 2 novembre è dedicata al Graal, una leggenda [insensata anche nell’altra versione della coppa-calice in mano al Cristo nell’ultima cena,] che tuttavia non cessa di esercitare un fascino irresistibile ai limiti della follia.






