Abbiamo chiesto un intervento a proposito della riforma della Giustizia che sarà sottoposta al referendum a Mario Vaudano, già giudice istruttore ora in pensione, che si è distinto per le indagini del cosiddetto “scandalo petroli”, prologo della stagione di “Mani Pulite”. Ha già collaborato con la redazione de il foglio fin dagli inizi.

Nel 1978, rientrato all’ufficio istruzione del tribunale di Torino dopo un incarico nel collegio penale a dibattimento, condividevo la stanza con un collega più anziano, Vittorio Corsi. Insieme, lui pubblico ministero e io giudice istruttore, ci lanciammo «nell’inchiesta divenuta famosa come “scandalo petroli”, prosecuzione ideale della precedente, esplosa nel 1974 a Genova, che aveva messo a nudo una trama di finanziamenti illeciti ai partiti, grazie alle indagini di quelli che allora vennero bollati con l’espressione di “pretori d’assalto”. … [La nostra inchiesta, fu chiusa] il 14 agosto 1985 con la firma sull’ultima delle 2045 pagine della sentenza-ordinanza emessa “a carico di Milani Mario + 184”, che concludeva il mio lavoro di giudice istruttore su finanza e petroli … un insieme di incastri clamorosi tra altissimi ufficiali della guardia di finanza e dei servizi segreti, petrolieri, politici e piduisti. Un insieme che drenava risorse dalle casse pubbliche generando un grave danno alla collettività, e che a lungo non aveva incontrato nessun ostacolo» (in  M. Vaudano, La difficile giustizia, Manni Editori 2023).

Se Vittorio Corsi, validissimo Pm, che collaborava con me in questa delicata, complicata e lunga istruttoria, fosse stato sottomesso al potere esecutivo del ministro di Giustizia − come presumibilmente finirà per avvenire con la riforma del titolo IV della Costituzione attualmente sottoposta a referendum – le sue richieste di mettere sotto inchiesta generali e politici, sarebbero state accolte? L’istruttoria sarebbe stata lasciata giungere al rinvio a giudizio e poi anche alla condanna dei responsabili? Temo proprio di no!

«Era il 1983 e avevo programmato una trasferta a Palermo per l’istruttoria [dell’inchiesta petroli]. … Al mio arrivo nel capoluogo incontrai per la prima volta Giovanni Falcone. … Negli anni successivi collaborai stabilmente con lui sul riciclaggio del denaro della mafia siciliana, e nelle indagini bancarie oltre confine sui rapporti tra i mafiosi turchi e Cosa Nostra, che Falcone mi aveva affidato per la credibilità che avevo acquisito presso le autorità elvetiche, nelle mie rogatorie internazionali» (ibid.). Anche in questo caso, se non ci fosse stato un pool di giudici istruttori e Pm indipendenti e liberi di agire, per acquisire le prove al fine del raggiungimento della verità (per quanto possibile in un processo penale), non sarebbe mai stato possibile lo svolgimento del maxiprocesso sulla cupola mafiosa di Cosa Nostra e sulle complicità con personalità politiche e della pubblica amministrazione. Se fin da allora ci fosse stata la separazione delle carriere voluta dal ministro Nordio, forse oggi… Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ultraottantenni e tranquillamente in pensione, prenderebbero un caffè insieme prima di passeggiare il cane!

La grande stagione delle inchieste qui menzionate si è potuta realizzare proprio per la libertà di agire sia del giudice istruttore sia del Pm. E non si può certo dire che i passaggi tra diverse carriere abbiano impedito a Borsellino, Falcone, e al vostro umile servitore, di esercitare ciascun incarico nel pieno rispetto della legge, sola autorità cui il magistrato sia tenuto ad obbedire. L’indipendenza nella ricerca e acquisizione delle prove è aspetto delicato. Essa costituisce infatti la base essenziale di un procedimento giusto ed equo. Spetta poi al giudice, nel dibattimento, valutare criticamente gli elementi che gli vengono portati dalla pubblica accusa, al fine di arrivare a un giudizio che non sia mai un semplice consenso acritico su quanto viene indagato dalla polizia giudiziaria.

Quella sottoposta a referendum non è la riforma della giustizia che tutti auspicano, cioè quella diretta a rendere il sistema giudiziario più efficiente e tempestivo nelle decisioni, riforma per la quale non sarebbe stata necessaria alcuna modifica della Costituzione. Invece è la riforma del Titolo IV della Costituzione e, quindi, dell’ordinamento giudiziario, con aspetti chiaramente punitivi nei confronti dei magistrati, accusati di invadere il campo della politica. È un tentativo di modificare i rapporti tra politica e magistratura, con buona pace del principio di separazione dei poteri, fondamento dello stato di diritto. La volontà di un ritorno al controllo politico su una magistratura (requirente e giudicante) debole e sottomessa, come esercitato nel Regio Stato unitario fino alla Costituzione del 1948, è il vero obiettivo della riforma, svelato nientemeno che dallo stesso autore, il ministro Nordio, nell’intervista al «Corriere della Sera» dove afferma il «primato costituzionale della politica», che andrebbe recuperato rispetto alla magistratura.

Questo obiettivo si realizzerebbe attraverso non soltanto la separazione delle carriere e la futura ma certa subordinazione del Pm all’Esecutivo, ma anche, e soprattutto, con lo sdoppiamento del Csm (divide et impera), il sorteggio (finto) dei membri laici e quello (vero) dei togati, che annienta il diritto dei magistrati di eleggere i propri rappresentati nell’organo di rilievo costituzionale, previsto per garantirne l’autonomia e l’indipendenza rispetto agli altri poteri. Senza alcuna garanzia che venga intaccato il correntismo e il clientelismo all’interno della magistratura, anzi con il rischio di raddoppiarli. Controllo politico che trova infine il suo braccio armato con l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, incredibilmente prevista per i soli magistrati ordinari, cui viene umoristicamente consentito l’appello per una punizione presso… la stessa Alta Corte disciplinare!

Quello che mette in gioco questa riforma non è solo la separazione delle carriere e la parità delle parti nel processo, ma la separazione dei poteri tra quello esecutivo e quello giudicante. La funzione costituzionale della magistratura nello stato di diritto è la tutela dei diritti dei cittadini e il controllo di legalità nell’azione dei pubblici poteri. A questo fine, è di fondamentale importanza, nell’interesse dei cittadini, che il pubblico ministero, appartenente all’ordine giudiziario, resti indipendente e non venga di fatto sottoposto al controllo o alla direzione del potere esecutivo.

In vista del referendum dovremmo chiedere al cittadino, indagato o parte offesa, se si sente più garantito quando le decisioni che lo riguardano verranno prese da un “avvocato della polizia”, che ne sostiene i metodi e le tesi accusatorie, o, come fino ad oggi, da un magistrato che condivide la cultura del giudice ed è interessato soltanto alla ricerca della verità.

Io credo che ci si debba opporre, nell’interesse del cittadino, a questo tipo di modifiche costituzionali, estremamente pericolose per la stessa nostra democrazia.

Mario Vaudano