Registro di scuola 2024-2025 / 2

30 settembre

In mezzo al campo vuoto. In queste prime settimane di scuola, capita una cosa bella, che succede raramente: sono curioso di leggere che cosa (mi) hanno scritto i miei allievi nelle vacanze di quarta. Ben altri sentimenti accompagnano la lettura dei “temi” durante l’anno… D’estate faccio scrivere alcune «Cartoline da…»: non necessariamente da un luogo, piuttosto da una situazione, da uno stato d’animo, da qualcosa che ti è successo. E non è la prima volta che faccio questa constatazione: se do la possibilità a un/a allievo/a di scrivere quello che vuole, a volte emerge qualcosa che mi lascia stupefatto per la sua “perfezione”. Piccoli pezzi pressoché “perfetti”. Forse perché era il momento giusto, forse per la possibilità di toccare qualsiasi argomento. I due “temi” di cui pubblico un estratto li ho letti e riletti anche davanti alla classe con piacere, perché mostrano la verità di quella frase di Cicerone: rem tene, verba sequentur, cioè se padroneggi quel che vuoi dire, poi la forma trova la sua strada. La prima «cartolina» viene da un luogo particolare: un campo da basket.

«Scrivo da un luogo che ho conosciuto bene: un campo da basket. Ma oggi non ci sono rimbalzi, non ci sono passi veloci sul parquet né il suono della palla che attraversa la retina. È un campo vuoto, e io sono qui, seduto al bordo, a guardare questo spazio che è stato parte di me per così tanto tempo.

Lasciare il basket non è stato facile. È come se una parte della mia identità fosse scivolata via, lasciando un vuoto difficile da riempire. Quando ero più piccolo, il basket era il mio rifugio. Ogni allenamento, ogni partita, era un’opportunità per dimenticare tutto il resto e concentrarmi solo sul gioco. Correvo avanti e indietro sul campo come se niente potesse fermarmi, ogni canestro una piccola vittoria, ogni passaggio una connessione con i miei compagni.

Anche il fatto di aver cambiato squadra anni fa ha inciso molto: ero abituato a giocare con i miei compagni che ormai conoscevo alla perfezione, con cui avevo condiviso momenti di estrema gioia e grandi momenti di tristezza. Mi sono trovato a dover giocare con degli sconosciuti che non avevano bisogno di me in campo e credo che il punto di non ritorno in questo limbo di tristezza e di indecisione sia stato proprio quando ho pensato “nessuno ha più bisogno di me ora”.

E col tempo, il mio corpo ha iniziato a tradirmi. Gli infortuni sono diventati una costante: varie distorsioni alle caviglie, tendini infiammati e ginocchia fragili. Ogni volta che mi rialzavo, sembrava che qualcosa dentro di me si spezzasse un po’ di più. La mia fiducia è stata la prima a cedere. Quelle che un tempo erano semplici cadute, incidenti di percorso, sono diventate ostacoli quasi insormontabili. Cominciavo a sentirmi inadeguato, come se fossi fuori posto in quel mondo che avevo amato così tanto.

Non è stato solo il dolore fisico a convincermi a smettere, ma anche il peso di sentirmi lontano dal giocatore che ero prima. Prima del Covid, ero considerato uno dei 30 giocatori più forti del Piemonte. Le mie mani conoscevano l’andamento della palla come fosse un’estensione del mio corpo. C’erano momenti in cui il tempo sembrava fermarsi, e tutto ciò che esisteva era il cerchio davanti a me. Ora quel ragazzo sembra un estraneo, un ricordo di una vita passata.

La decisione di lasciare è arrivata lentamente, come una nebbia che cala silenziosa. Mi sono trovato a desiderare di tornare indietro, di sentire ancora quell’adrenalina prima di una partita importante, di urlare con i miei compagni dopo un canestro all’ultimo secondo. Ma ogni ritorno sul campo era accompagnato dalla paura, dal dubbio, dalla sensazione di non appartenere più a quel mondo.

Ora guardo indietro con un misto di tristezza e gratitudine. Tristezza per ciò che ho dovuto lasciare andare, per le volte in cui ho immaginato di poter giocare per sempre. Ma anche gratitudine per tutto quello che il basket mi ha dato: le amicizie, le vittorie sudate, le lezioni di disciplina e di lavoro di squadra. Non rinnego nulla di quello che è stato, ma sento che è il momento di cercare un nuovo campo da esplorare, un nuovo gioco che mi sfidi e mi faccia sentire vivo come il basket ha fatto per così tanto tempo.

Quindi eccomi qui, seduto su questo campo vuoto, a fare pace con il passato e a guardare avanti, sperando di trovare la mia prossima sfida» (Luca).

Non devo aver paura. La seconda cartolina, che viene da Barcellona, è rivolta alla madre, e tratta di un tema fin troppo attuale, con una scrittura assai efficace. «Sono a Barcellona da sola e ho paura. Mi sono fatta degli amici alla scuola di spagnolo, e stasera dovevo uscire con loro. Non abitano nel mio stesso quartiere, il loro si chiama Poblenou. Non è molto carino, è un po’ lontano dal centro, non è turistico e può sembrare sporco e trasandato di giorno, ma di notte si trasforma e mi piace: c’è sempre tanta folla, anche di martedì, c’è molta musica e abbastanza luce, pure di notte. Per arrivarci devo prendere la metro.

Il quartiere dove pernotto io è proprio bello, come mi avevi detto mamma. È a fianco alla Sagrada Familia, ma di sera non mi piace per niente: i turisti non ci sono, le strade sono vuote e le poche facce che incontro non sembrano amichevoli, non c’è musica e non c’è molta luce.

La camminata per la metro è di dieci minuti. Io la faccio in cinque. Vado veloce per arrivare alla luce, alla folla della metro, in sicurezza. Oggi non ci sono arrivata. Uscita da casa ho svoltato a destra, come sempre, e ho sentito qualcuno dietro di me, ho svoltato a sinistra e anche la persona dietro di me ha svoltato a sinistra. Mi sento in colpa perché non so se era davvero malintenzionato, non so se mi stava davvero seguendo e non lo saprò mai, ma ero da sola, senza folla, senza musica, senza luce, e avevo paura. Non posso pensare che tutti gli uomini siano cattivi, ma è sempre un uomo che lo è. Quindi sono tornata a casa, quasi correndo, e mi sono rassicurata solo quando ho chiuso la porta del mio appartamento a chiave.

Non sono uscita con i miei amici stasera, ma io volevo. Forse mi sono preoccupata così tanto per quello che è successo in quel negozio la settimana scorsa. Sono andata con papà a comprare degli articoli scolastici da portare in Spagna perché volevo impegnarmi in quella scuola e migliorare davvero il mio spagnolo. Papà è andato nel supermercato accanto per fare la spesa per la cena e io sono andata nel negozio in cui andiamo sempre. La corsia della cartoleria è la prima. Mi piace guardare attentamente tutti gli articoli che offrono, e prendermi il mio tempo per scegliere cosa comprare, affinché sia perfetto.

Poco dopo essere entrata nel negozio un ragazzo più grande di me si è avvicinato e mi ha iniziato a riempire di domande su cosa vendessero lì. All’inizio ho provato a rispondere, non ci vedevo niente di male, ma poi lui ha provato ad avvicinarsi sempre un po’ di più, e le domande hanno iniziato a mettermi a disagio: “Come ti chiami?”. Un altro passo verso di me. “Che ci fai qua da sola?”, mentre provava a sfiorarmi il braccio. “Posso darti un abbraccio?”. Non credevo di aver sentito bene. “Cosa?” “Posso darti un abbraccio?”. Mi sono sentita in colpa, proprio come per l’uomo che forse mi ha seguita a Barcellona. “No, scusa.”. Dopo la mia risposta se n’è andato e io ho continuato ad osservare i prodotti, anche se non più con l’entusiasmo con cui ero entrata. Mi continuavo a guardare indietro e non sapevo più davvero cosa stavo cercando. Dopo poco ho trovato un quaderno bellissimo, come me lo ero immaginato: piccolo abbastanza da tenere in borsa, del mio colore preferito e ad anelli, come piace a me. L’ho preso e mi sono voltata per andare alle casse. Il ragazzo era tornato lì, a pochi passi da me, e mi stava osservando. Io gli ho sorriso perché mi faceva pena, non volevo pensare che fosse cattivo, ma lui ha ripreso con le domande e si è avvicinato di nuovo. Mi ha chiesto se poteva abbracciarmi, stringermi la mano. “No, scusa.”, gli ho ripetuto. Questa volta non è andato via, ha insistito. Ho avuto paura. Il negozio era pieno, eppure mi sentivo completamente sola, senza sapere come reagire. Papà era nel negozio accanto, eppure mi sentivo indifesa. Ho posato il quaderno, anche se era davvero bello, sono corsa fuori e mi sono guardata indietro ad ogni passo, sperando che non mi seguisse, pregando che mi lasciasse in pace e che fossi io ad esagerare, convincendomi che fosse tutto nella mia mente. Solo quando ho abbracciato papà nella corsia dei surgelati mi sono sentita sicura. Non ho comprato un quaderno nuovo e sono partita senza. Ma io lo volevo.

Mi meritavo quel quaderno, come mi meritavo di uscire con i miei amici anche se erano lontani e mi meritavo di non avere paura. Non volevo averne, eppure c’era, anche se forse ingiustificata. Perché non tutti gli uomini sono cattivi, ma è sempre un uomo che lo è. E come faccio a differenziarli? Non voglio più avere paura, mamma, ma come posso fare?» (Sara).