Una volta, dalla finestra, vide un uomo
che stava per morire
mangiando purea di banana.
La linea del suo mento era ormai di frontiera,
ma lui non lo sapeva, o forse sì?
Come posso saperlo?
Mangiava, trovando che era buono,
offrendomelo con naturalezza, tuttavia
inaspettatamente chiese
(o lo chiese abitualmente come altre volte?):
come sarà la resurrezione della carne?
È come già sappiamo, gli rispose:
tutto è come qui, ma senza le cattiverie.
– Che mistero profondo! disse
e altro disse, grazie a Dio,
posando il piatto.
Adelia Prado
In questa poesia ci sono tre personaggi: la persona che guarda dalla finestra, l’uomo che sta per morire e l’io poetico. L’offerta del piatto – offrendomelo – inserisce l’io poetico all’interno della storia, come un terzo che diversamente sembrerebbe passare di lì limitandosi a osservare la scena.
Quanto al soggetto che guarda dalla finestra e che viene interpellato dall’uomo che mangia, si tratta a sua volta di un osservatore, fatto tuttavia uscire dalla sua postura passiva con quella domanda inusitata. Ma i due osservatori potrebbero anche essere uno solo, scindendosi in un solo frangente, per poi fondersi nel resto della vicenda.
L’unico di cui si sa qualcosa in più (l’uomo che sta per morire)è oggetto dello sguardo di chi sta alla finestra e di chi sta forse passando di lì; ma è soprattutto soggetto d’azione perché mangia, offre, chiede, dice e dice. Mangia mentre sta per morire e dice, posando il piatto. La gran parte dei verbi enunciati lo riguardano, facendone il protagonista assoluto – tanto che gli altri possono solo osservarlo e reagire alle sue richieste. L’azione del mangiare parrebbe contraddire il destino infausto che lo segna. Posare il piatto, dal quale ha mangiato, sembrerebbe il suo gesto di accoglienza della morte. Prima ne ammette il mistero, poi ringrazia Dio e infine posa il piatto, compiendo il gesto che chiude il testo e probabilmente anche la sua vita. Aveva preso vita agli occhi del lettore con quel piatto in mano e si congeda posandolo.
Al centro delle azioni compiute sta la domanda sulla resurrezione della carne. Curiosa espressione in una poesia, che riprende una formula impiegata per lo più nel solo Credo. Nella linea del suo mento c’è qualcosa che indica quella prossimità all’oltre: «sfuggente» è un’espressione che potrebbe ben prestarsi al caso, indicando da un lato l’uscita dall’asse e dalla regolarità dei tratti fisici, dall’altro la «fuga» dalla vita.
Ancora legato all’esistenza con l’azione dell’alimentarsi e del provarvi gusto, ma già proteso oltre – per quel suo mento, che lo segna da sempre, come il suo destino mortale; e per quella domanda che sembra farsi tanto urgente da doverla rivolgere a un estraneo che gli è capitato di notare. O che forse ha già rivolto altre volte, come la parentesi suggerisce in forma interrogativa (o lo chiese abitualmente come altre volte?), aprendo alla possibilità di un’ossessione che l’ha segnato anche in tempi non sospetti.
L’osservatore alla finestra, di cui non si sa nulla ma che potrebbe a giusto titolo essere attratto da quel passante che indugia mangiando, non si sottrae alla domanda inconsueta. E risponde puntualmente, con più fermezza che accortezza (già sappiamo), ma con una semplicità adatta a chiunque – a chi è ormai di frontiera come alle curiosità dei bambini. Non possiamo non notare una nota vagamente «teologica» nella risposta di chi è interessato al lavoro sul linguaggio e nell’inquietudine dell’anima incarnata.
La vitalità del linguaggio è un elemento distintivo della poesia di Adélia Prado (1936), autrice brasiliana che avvicina il divino all’umano, adottandone l’aura biblica. Cito così a giusta conclusione, per gustarne ancora l’inflessione, Annunciazione al poeta:
Ave, avido.
Ave, fame instancabile e bocca enorme,
mangia.
Da parte dell’Altissimo ti concedo
che non ti riposerai e tutto ti ferirà mortalmente:
la spazzatura, la cattedrale e la forma delle mani.
Ave, pieno di dolore.






