L’arrivo di Trump alla Casa Bianca ha creato un grande scompiglio sotto il nostro cielo. La sua personalità egocentrica ed istrionica e i suoi decreti contraddittori stanno mettendo a soqquadro l’ordine mondiale. Bisogna però anche considerare che l’impegno che si è assunto, aldilà delle sue intenzioni, di gestire il declino dell’egemonia americana sul mondo è tremendo. Come dire agli americani che il loro “destino manifesto”, il compito cioè che pensano gli sia stato affidato da dio di governare il mondo, sia finito? E proprio quando credevano di averlo ormai raggiunto. Negli anni ’90 del secolo scorso, dopo l’implosione dei regimi comunisti, gli Usa erano rimasti l’unica grande potenza. Fukuyama, in un suo libro che ebbe un grande successo, ha spiegato chiaramente quello che ogni americano pensava: la storia era finita, spettava finalmente a loro realizzare il sogno che coltivavano dalla fine della prima guerra mondiale di ordinare e governare il mondo secondo i loro principi (e i loro interessi).

Ed occorre dire che ci hanno anche provato, intervenendo militarmente nelle crisi che si aprivano qua e là: in Somalia, in Jugoslavia, due volte in Iraq, infine in Afghanistan (mentre Inghilterra e Francia sfasciavano la Libia). Ma questo grande impegno si è sempre concluso con dolorosi fallimenti, lasciando sul campo cataste di morti, anche di propri soldati, cumuli di macerie, profonde scie di odio, un caos perdurante e un ulteriore buco nei loro conti pubblici sempre più in rosso. Evidentemente controllare il mondo è un compito al di sopra delle loro possibilità. Nel frattempo hanno visto crescere attorno a loro nuove e vecchie potenze, grandi e medie, con le quali dovranno sempre più adattarsi a fare i conti per la loro stessa sopravvivenza. E nonostante fosse sempre più chiaro che questa era la strada su cui si avviava il mondo, nella politica americana è mancata l’elaborazione di proposte adatte ad affrontare queste evenienze. Particolarmente grave è il fallimento politico dei democratici, anche di quelli più a sinistra. La loro grave sconfitta elettorale e la difficoltà che hanno a riprendere la parola, è la logica conseguenza della loro incapacità progettuale. Chiusi nelle spire egemoniche, inadeguati e privi di visione e di coraggio, non hanno saputo offrire alcuna alternativa, continuando con la loro solita politica come se nulla stesse accadendo, come se questi ultimi 25 anni non fossero passati.

Certo l’ora presente è particolarmente complicata e di difficile lettura e i mutamenti sono così veloci e incalzanti che seguirli è oltremodo difficile. Ma qualche proposta più adatta a questa fase storica si poteva pur fare. Ad esempio gli Usa avrebbero potuto proporre alle altre potenze emergenti un accordo per regolare in modo razionale le loro divergenze e i loro interessi contrastanti. Questo accordo proposto anche solo 10 anni fa sarebbe stato molto favorevole agli Usa, potenza ancora chiaramente egemone. Certo sarebbe stata una politica difficile da impostare e realizzare e carica di incognite, ma comunque meglio dello spettacolo a cui stiamo assistendo. Come la natura, anche la politica non apprezza il vuoto, e in questo vuoto di proposte, gli slogan roboanti di Trump hanno fatto presa e conquistato una larga maggioranza di voti. Così lui, grazie alla sua megalomania, ha avuto il coraggio di prendere di petto i problemi e si è accollato il compito di gestire l’inevitabile declino.

Alla sua elezione ho pensato che, dato il suo carattere, avrebbe potuto alternare decisioni estemporanee potenzialmente disastrose al tentativo di far accettare al popolo americano il doloroso ridimensionamento. Il suo slogan MAGA (facciamo l’America di nuovo grande) mi pare infatti un buon diversivo per indorare l’amara pillola. Ora però credo che cerchi di usare il primo metodo per realizzare il secondo obiettivo, cioè cerchi di gestire il declino con azioni eccessive e contraddittorie in una sorta di eterogenesi dei fini. Vorrebbe riportare l’America all’età dell’oro, ma i suoi metodi brutali e caotici in realtà la stanno isolando, instillando anche nei suoi più stretti alleati il dubbio sulla sua affidabilità, vorrebbe isolare la Cina che invece appare più solida, pacata e credibile che mai, ed è molto probabile che alla fine porterà il mondo verso una grave recessione. Penso che la storia gli stia riservando un compito contrario alle sue intenzioni, perché è assolutamente necessario ricentrare l’America su sé stessa e bloccare la crescita del debito, che mette a rischio il dollaro come mezzo di pagamento globale. Se la moneta americana, già indebolita dalla nascita dall’euro e dalla volontà dei Brics di sostituirla, dovesse perdere il suo primato, per l’economia americana sarebbe un colpo durissimo.

Riuscirà Trump in questa rocambolesca opera di prestigio? Me lo auguro, perché la mancata accettazione da parte del popolo americano di ridimensionare il loro destino manifesto alla realtà del mondo in cui stiamo vivendo ci avvierebbe verso un periodo molto buio, ricco di gravi insidie e pericoli.