La campagna elettorale che si sta svolgendo negli Stati Uniti tra democratici e repubblicani chiarisce quale è il livello attuale del dibattito politico in Occidente e misura contemporaneamente il vuoto di umanità, di cultura e di politica che ci impedisce di comprendere appieno il periodo storico che stiamo attraversando.

La politica dei democratici ha l’ambizione di difendere i diritti civili di donne e minoranze e il liberalismo democratico. Ma mentre sul primo punto, nonostante qualche cedimento, la loro azione è buona, sul secondo è molto carente. La difesa del liberalismo democratico per essere effettiva richiede un forte intervento sociale per redistribuire le ricchezze prodotte e correggere le distorsioni generate dal mercato. La politica democratica però è molto lontana da questi obiettivi, nonostante la propaganda elettorale, perché la finanza ha troppa libertà di movimento. Il capitale può spostarsi da una zona a un’altra, da uno Stato a un altro, da un continente a un altro seguendo i suoi interessi e decidendo in definitiva chi progredisce e chi ristagna. Questa debolezza politica democratica è ormai evidente tanto che gli operai e in generale la classe media tende verso destra (è così ormai in tutto l’Occidente). I risultati deludenti degli otto anni di presidenza Obama e le difficoltà che ha incontrato Biden, nonostante l’aumento del Pil e dell’occupazione, sono significative. Durante i loro mandati, nonostante l’economia sia cresciuta, i salari sono rimasti bassi e tagliati dall’inflazione mentre i profitti e i guadagni di borsa sono saliti alle stelle. Il programma democratico acquisterebbe un’altra consistenza se prevedesse un’imposta fortemente progressiva sulle rendite finanziarie da destinare a un vasto programma di sostegno sociale e a incentivare investimenti correttivi delle deficienze del mercato. Questa politica però i democratici non la vogliono fare, ma anche se lo volessero non riuscirebbero a realizzarla (così come non riescono a fare le sinistre di tutti i paesi democratici), perché vedrebbero i capitali scappare e rifugiarsi in altri paesi più accoglienti. Dagli anni 80 infatti i lacci e lacciuoli (così si diceva) alla finanza sono stati tolti creando le premesse per questa globalizzazione.

Il programma repubblicano cerca di dare una risposta forte a questi problemi riuscendo ad attirare molti elettori sbandati, impauriti, delusi (così come fanno tutte le destre in Occidente). Lo slogan Maga (Make America Great Again) è chiarissimo: i repubblicani propongono di tornare all’America del secondo dopoguerra quando, ritrovatasi molto più forte delle altre potenze combattenti, era in grado di decidere il destino del mondo. Lo strumento che vogliono usare per ottenere questo risultato sono… i dazi doganali, per colpire i prodotti del resto del mondo che fanno concorrenza a quelli statunitensi! L’altro provvedimento che propongono, coerente col primo, è il blocco dell’immigrazione che aumenta la massa di diseredati che fanno concorrenza ai lavoratori americani. Insomma vogliono disfare la globalizzazione così come si è sviluppata per sostituirla con un neocolonialismo americano stile anni ’50 del 900. E sullo sfondo si intravede lo scontro finale con la Cina, individuata correttamente come l’avversario principale. Questo è chiaramente un programma reazionario nel vero senso della parola: vuole cioè far tornare indietro la storia. Programma velleitario, irrealizzabile e molto pericoloso perché aumenta la confusione economica globale e produrrà scontri sempre più forti con le altre potenze che sono emerse dopo la seconda guerra mondiale (Europa compresa).

Pensare una politica adeguata ai tempi

Pensare delle alternative a queste politiche incapaci di dare risposte adeguate ai problemi che abbiamo di fronte quali la distribuzione della ricchezza prodotta, gli spostamenti di interi popoli, la difesa dell’ambiente, la composizione delle controversie tra Stati, non è facile, perché il mondo è cambiato troppo velocemente e troppo profondamente negli ultimi 50 anni. Intanto analizzandoli attentamente ci possiamo rendere conto che non riguardano singole zone o gruppi di paesi, ma il mondo intero. Quindi è da qui che sicuramente occorre partire, dalla realtà politica più rivoluzionaria avvenuta durante questo tempo: la globalizzazione informatizzata. Scienza, tecnica e finanza hanno unificato il mondo: non era mai successa prima una unificazione così globale. Questa mi pare una cosa buona sia umanamente (possiamo guardare in faccia un qualsiasi abitante di questo mondo e riconoscerlo come nostro uguale), sia culturalmente (possiamo girare il mondo in lungo e in largo e goderne le diversità naturali e umane), sia economicamente (mai abbiamo avuto a disposizione in ogni momento prodotti di qualsiasi altro paese) sia politicamente (abbiamo finalmente la possibilità di accantonare per sempre la guerra come strumento per risolvere le controversie internazionali).

La globalizzazione però, per mantenere queste promesse ha bisogno, come qualsiasi altro fenomeno umano, di essere governata, e questa non lo è. Il sistema produttivo di mercato ha una grande capacità di rispondere alla domanda aumentando qualità e quantità di beni, ma presenta anche alcune disfunzioni: tende a concentrare la produzione, crea disuguaglianze che non riesce a colmare, non contabilizza il consumo e il deterioramento dell’ambiente. Questi difetti, se non governati, producono effetti negativi sociali ed ambientali anche molto gravi che possono mettere in crisi la società e lo stesso sistema produttivo, come infatti stiamo vedendo con questa globalizzazione, dove tutti i vantaggi potenziali si stanno tramutando in svantaggi.

Sarebbe necessario quindi creare delle istituzioni politiche molto più forti, incisive e con più potere di quelle esistenti, in grado di regolare l’attività umana a livello mondiale; ma già solo ipotizzarle sembra un eccesso di utopia. Troppe le differenze, gli odii, i sospetti, gli interessi divergenti, gli appetiti, ma soprattutto il grande squilibrio di sviluppo, di cultura e di potere tra i continenti, che i paesi emergenti tentano di colmare mentre altri vogliono mantenere. Dobbiamo inoltre constatare che i poteri politici ed economici esistenti non brillano per acume e lungimiranza. Eppure la realtà che abbiamo difronte, la ragione e l’interesse generale dei popoli ci gridano che un governo globale sarebbe indispensabile, anzi siamo già in ritardo. Solo uno sguardo alla storia ci permette di aprire delle prospettive. Ci sono volute lunghe e feroci guerre di religione prima che in occidente si affermasse la libertà religiosa, idea che oggi ci pare semplice, quasi scontata. Data la complessità e l’integrazione del mondo in cui viviamo, un governo globale è un’idea altrettanto semplice, quindi si affermerà certamente. Resta da vedere quante altre sofferenze e quante altre pene dovremo sopportare per capirlo. Intanto è importante operare per contenerle e ridurle il più possibile.