Non sempre accade agli scrittori di replicare i loro successi. Come a Umberto Eco non riuscì di superare il successo planetario de Il nome della rosa, così (si parva licet…), Paolo Cognetti nei successivi romanzi, non coglie più il trionfo registrato da Le otto montagne, premio Strega 2016, tradotto e diffuso in 35 paesi, oltre un milione di copie vendute. La sua ultima opera, Giù nella valle (Einaudi 2023), a pochi mesi dalla sua uscita, pare confermi questa regola. Ambientato in Valsesia, ripropone i soliti ingredienti, già collaudati e ormai un po’ triti. Una giovane milanese che fa coppia con un locale, due fratelli ubriaconi che conoscono più i bar dei vari borghi che il loro lavoro, il fascino del fiume e della lunga valle che culmina nei 4600 m del M. Rosa (la nostra montagna-madre, secondo l’autore), un altopiano incontaminato a 1800 m destinato ad essere “valorizzato” da impianti sciistici, con sacrificio di almeno 5000 alberi. Il tutto introdotto dall’avventura di una coppia di cani (metafora delle vicende umane), in cui il maschio, scambiato per un lupo, sbrana i suoi simili, ed è prontamente braccato e ucciso dai cacciatori valsesiani. Poco più di un modesto espediente letterario. Un finale tronco, al quale Cognetti ci ha abituato, e questo non sarebbe neppure un gran problema.

Conosco bene quei luoghi per avervi passato alcune estati da ragazzo ospite della mia nonna paterna. Mio padre è nato in un piccolo paese di 500 abitanti sulla sponda sinistra della Sesia (si badi non del Sesia), ignoto a Dio e agli uomini. A meno di tre km sull’altra sponda, detta ancor oggi piemontese (Novara passò infatti dal Ducato di Milano al Regno di Sardegna soltanto verso la metà del ‘700), non molto più popoloso, sta uno dei comuni italiani più conosciuti nel mondo: Arborio. Qui a dir il vero siamo in pianura, riso e mais, vino scadente, caldo afoso e zanzare. Il fiume, superata Serravalle (nomen, omen) si allarga a dismisura, con sponde incerte, baragge saggiamente incolte, che servono per ridurre la forza delle piene e i disastri delle alluvioni. In estate il fiume, ridotto a pochi rigagnoli, si attraversa a piedi. Nei dintorni Sebastiano Vassalli fa rivivere la tragica vicenda della Chimera e la storia romanzata della battaglia dei Campi Raudi, feroce e sanguinosa, in cui i romani, al comando di Gaio Mario nel 101 a. C., sterminarono il popolo dei Cimbri (Terre selvagge).

Spesso però si andava in gita a Gattinara, Grignasco, Varallo (magari a trovare parenti), o, percorrendo l’intera vallata, fino ad Alagna. Talora si scoprivano sperdute valli laterali dove ancora una volta Vassalli ha ambientato un altro significativo romanzo, Le due chiese. Vi si scorge lo sgomento di giovani montanari analfabeti, mai usciti dai loro villaggi e chiamati alle armi, nel 1915, per combattere contro uno strano Paese «in cui i fiumi (contrariamente alla Sesia), scorrono verso nord».

Più modesta la prosa di Cognetti che per raggiungere il minimo sindacale di 118 pagine, ben lontano dalle 200 normalmente richieste dagli editor, è costretto ad un’improbabile parafrasi della «battaglia degli alberi», tratta da un oscuro poema gallese. Altre pagine, a dir il vero pregevoli, sono poi impiegate nel giustificare l’ispirazione (ma, dicono i giuristi, excusatio non petita, accusatio manifesta), con riferimenti alla musica e alla letteratura americane, da Bruce Springsteen a Bob Dylan, da John Steinbeck a Flannery O’ Connor. Ciò non impedisce di constatare un sonoro flop. Se passate al Mondadori store di Piazza Castello vi rifilano il volumetto col 60% di sconto. Si salva la copertina, però forse un po’ troppo monocroma.