Prima di commentare il vangelo, sottolineiamo un particolare della lettera di Giacomo (4,2 nella seconda lettura) in cui compare il verbo greco «invidiare» (zêloô), presente nelle lettere del NT ma assente nei vangeli. Nel passo da noi commentato sui vizi capitali (domenica XXII del 1° settembre) non si dice invidia ma «occhio cattivo» (Mc 7,22), sguardo maligno perché più chiaro. Infatti in greco il suddetto verbo è ambivalente: può indicare sia in positivo l’approvazione affascinata seguita dall’emulazione, e sia in negativo la tipica invidia-gelosia. Da tale radice provengono zelo e zelante in positivo, ma pure zelota in negativo (almeno per i romani, non per i partigiani della libertà contro l’impero). Qui in Giacomo l’ambiguità è superata perché il termine è chiaramente negativo, in quanto preceduto dall’uccidere e seguito dal fare la guerra, entrambi decisamente condannati.
Nel vangelo abbiamo la seconda predizione della passione, originariamente (nel Marco I) limitata tuttavia solo alla consegna nelle mani degli uomini (Mc 9,31): infatti l’uccisione e la resurrezione sono la solita aggiunta, come domenica scorsa ad opera del Marco II; ma qui essa è del Marco III [Come facciamo a saperlo? È facile e quasi matematico, tenendo presente che la cartina di tornasole è Luca che possiede solo il manoscritto del Marco II (da cui trascrive): se in Luca c’è la morte-resurrezione (come nella prima predizione di domenica scorsa in Lc 9,22), allora c’era anche nel Marco II (da lui aggiunta); se invece il venir ucciso e il risorgere non c’è in Luca (come nella seconda predizione di oggi in Lc 9,44), allora non c’era neppure nel Marco II, per cui è essa è un’inserzione del Marco III].
Si noti come in entrambe le predizioni della passione sia assente qualsiasi cenno di tipo salvifico per gli uomini; anzi in tutti e quattro i racconti della passione (a partire dalla cattura, prescindendo dall’ultima cena), se non mi è sfuggito qualcosa, non c’è il minimo accenno alla salvezza del genere umano, e men che meno all’espiazione dei peccati. Quella di Gesù (soprattutto in Luca) è la passio iusti, passione del giusto, del servo sofferente, del profeta martire ecc., ma non del Salvatore. La salvezza per sostituzione vicaria è posteriore, opera della comunità cristiana (certo entrata negli strati più tardivi del NT); poi la chiesa romano-latina ha addirittura coniato due neologismi inesistenti nel latino classico: salvator e salvare.
Mi ha sempre stupito che certi eventi eccezionali o segni prodigiosi (cosiddetti miracoli) proseguano anche durante la passione: terremoto, buio su tutta la terra, riattacco dell’orecchio del servo durante la cattura [non importa che siano in buona parte leggendari]. Come dicevamo nel vangelo sul sordomuto [dom. 23a dell’8 settembre] se il carattere dimostrativo del segno fosse quello di dimostrare lo stra-potere, la super-potenza di un “uomo divino”, sarebbero fuori luogo nella Passione con un Gesù inerme nella più assoluta debolezza e impotenza. Se invece il senso di tali eventi è evidenziare la profonda unione col Padre (così è), ci stanno bene pure nella passione, anzi sono più che mai necessari in quella condizione tragica.
Sì, lo so che la tradizione ha voluto invece mantenere una (onni)potenza solo virtuale: che il Padre avrebbe potuto dargli più di 12 legioni di angeli (Mt 26,53); oppure in Gv 18,6 al «Sono Io» tutti stramazzano a terra (chiaramente leggendario, ma significativo). Gesù avrebbe potuto “abbatterli” tutti, ma si è dovuto trattenere perché doveva andare così secondo il piano divino, in quanto doveva essere offerta a Dio la riparazione espiatoria dei peccati attraverso la sofferenza e la morte [nelle conferenze e nei dibattiti è ancora una cosa ovvia, scontata, senza problemi]. Il problema è che l’ideologia sacrificale oggi è improponibile per la sua assurdità, con un Padre che rimane soddisfatto dal sangue versato di un uomo [secondo la logica mafiosa che l’offesa va lavata nel sangue], addirittura dal sangue versato di suo figlio (allucinante nel XXI secolo).
Dopo la seconda predizione della cattura i discepoli hanno la “brillante” idea di discutere tra loro chi fosse il più grande. Si tratta evidentemente di una disputa fra i discepoli per stabilire chi di loro avesse maggiore importanza e valore. I 12 (come gruppo istituito) non esistevano nel ministero storico di Gesù, ma sono una creazione posteriore della chiesa primitiva [cfr «L’invenzione dei 12 apostoli» fra gli articoli inseriti nel blog in agosto]. Ma al tempo del Marco II (primi anni 60) esistevano già come gruppo istituzionale; egli (retrodatandoli) li inserisce “polemicamente” insinuando che siano stati loro a discutere lungo la strada su chi fosse il più grande. Il Marco II non li gradisce, e mette in bocca a Gesù: «se uno vuol essere il primo…»: nella comunità dei discepoli tutti sono primi e ultimi, poiché tutti si servono a vicenda. Il ministero è servizio. Quindi in una chiesa tutta ministeriale non c’è posto per 12 capi-gerarchi maschi, e nemmeno per la supremazia-primato di Pietro (Mt 16,17-19 è un’invenzione di Matteo).
Abbiamo già evidenziato nella 5a domenica del tempo ordinario (4 febbraio) le “stoccatine” di antipatia nei confronti di Pietro: ne riduce la singolarità appaiandolo agli altri (Mc 1,36s); spesso lo ignora e a volte lo cancella infastidito; insomma lo “snobba” con una certa contrarietà. Per Gesù quindi non ci deve essere nessuna gerarchia e alcun primato! Altro che la costituzione gerarchica della Chiesa che il concilio Vaticano II ha voluto mantenere a tutti i costi nonostante la tensione, se non il contrasto-contraddizione, col più fondamentale “popolo di Dio”!
E non avevano tutti i torti, soprattutto nei confronti dei cosiddetti tre intimi: Giacomo e Giovanni sono due fanatici che in Lc 9,53-55 vogliono distruggere col fuoco dal cielo un villaggio samaritano perché aveva rifiutato Gesù, che li fulmina con lo sguardo. E Giovanni, nel vangelo di domenica prossima (Mc 9,38s), che continua quello di oggi, impedirà ad uno di scacciare i demoni perché non era dei “nostri”. Soprattutto Pietro, oltre ad averlo rinnegato ed essersi opposto alla passione in nome di un Messia potente e vincitore di stampo zelotico, non ha dei trascorsi limpidi: nella chiamata di Luca 5,8 quasi si tira indietro: «Allontanati da me che sono peccatore». Non è una frase di circostanza, di umile indegnità (e simili), bensì il fatto che il passato di Pietro non è del tutto cristallino: già abbiamo ricordato nel vangelo scorso (a Cesarea) che maneggiava la spada (tanto da tagliare l’orecchio del servo durante la cattura di Gesù); il che significa che da zelota è stato un peccatore per aver praticato una certa violenza.
Alla grandezza sulla quale avevano discusso lungo la via, Gesù contrappone la piccolezza (sui piccoli proseguirà anche il vangelo di domenica prossima); sedutosi, preso un bambino fra le braccia, disse: «chi accoglie uno di questi bambini accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie (solo) me, ma (anche) colui che mi ha mandato». I bambini vanno accolti, in particolare i più poveri, indigenti, italiani e soprattutto stranieri; quindi adesso lo ius soli e ius scholae senza tentennamenti e indugi. Anzitutto laicamente per una questione di civiltà: poi a maggior ragione per i credenti se, così facendo, si accoglie il Cristo nell’amore del Padre, soprattutto per i più piccoli. Qui si gioca una buona fetta dell’identità cristiana oggi: essendo essa in gran parte andata smarrita, ci si rifugia, con l’illusione di ritrovarla, nelle crociate per il fine-vita, gender ecc., che non hanno nulla di specificatamente e particolarmente cristiano. In essi valgono i principi (generali e specifici) della bio-etica; e, anche se qualcuno la sbandiera, non esiste una bioetica “cattolica”. È stata chiamata bio-etica (etica della vita), ma poteva benissimo essere denominata «filosofia della medicina» (e simili): il fine-vita è una questione filosofica (e poi giuridica), non teologica, che non riguarda la fede.






