È il celebre brano del cosiddetto «giovane ricco»; in realtà il vangelo lo chiama «un tale» (v. 17), che dice di aver osservato i comandamenti sin dalla sua giovinezza (v. 20): quindi non era poi così giovane…
La risposta di Gesù al ricco che lo chiama «Maestro buono» è micidiale, almeno per la dogmatica cattolica: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non l’unico Dio soltanto!» (10,18). Gesù non sembra aver molto da spartire con Dio: questa non è un’espressione da Verbo incarnato, ma per il criterio d’imbarazzo sicuramente del Gesù storico. Infatti lo sbigottito Matteo (19,16s) la cambia in: «Maestro, cosa devo fare di buono?»; al che Gesù replica: «Perché mi interroghi su ciò che è buono?». Una risposta assurda: come diceva il caro amico, redattore (co-fondatore del foglio) Aldo Bodrato: «ma se Gesù non ha fatto altro che rispondere ai suoi interroganti interlocutori parlando del bene e del male!».
Il significato è chiaro, per cui preferiamo riportare una variante significativa del Vangelo degli Ebrei (gli apocrifi non sono carta straccia) andato perduto, ma il bravo Girolamo ce n’ha trasmessi alcuni brani in latino, tra cui questo che inizia con: Dixit ad eum alter divitum [«Gli disse uno dei due ricchi»; si presuppone un secondo interlocutore, anch’egli ricco, su cui però Girolamo tace]. Gesù lo invita a osservare non solo i comandamenti (della seconda tavola come nel nostro testo canonico), bensì più ampiamente «la legge e i profeti» (endiadi per indicare l’intero AT). Poi l’incita a vendere tutto; al che egli coepit scalpere caput suum (cominciò a grattarsi la testa) et non placuit ei (e non gli piacque). Ma la novità più significativa è la sgridata finale di Gesù: «Come puoi dire di aver osservato la legge, in cui sta scritto di amare il prossimo tuo come te stesso? [anche se l’amore al prossimo ricorre una sola volta nell’AT in Levitico 19,18.]. Ecco molti tuoi fratelli, figli di Abramo, amicti sunt in stercore (sono avvolti nella m.), stanno morendo di fame e la tua casa è piena di molti beni, ma nessuno di essi è uscito per risollevare quei miserabili. Non è vero che hai osservato la legge!». A mio parere è autentica di Gesù, e soprattutto attuale nei confronti di quelli che sono nella m., italiani e immigrati.
Proseguendo troviamo la famosa frase: «È più facile che una grossa corda [l’aramaico gamal significa sia una fune che il cammello; evidentemente è più logica la prima, perché il cammello è esagerato] passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Ma Gesù non ha parlato del ricco! Se così fosse, la replica dei discepoli «E chi mai può essere salvato?» sarebbe priva di senso, poiché la stragrande maggioranza degli uomini di quel tempo non erano ricchi. Sarebbe stata logica solo se quasi tutti fossero stati ricchi. Ma così non è. Gesù ha detto: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che una corda passi per la cruna di un ago» (stop); è una delle frasi paradossali di Gesù [come «chi ti percuote sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra», facili da ricordare perché rimangono impresse] per indicare la difficoltà della salvezza in generale per tutti. Tuttavia l’implicito sottinteso è la quasi impossibilità di salvarsi da soli, poiché il testo prosegue con «impossibile agli uomini, ma possibile a Dio» (Mc 10,27): con l’aiuto della grazia di Dio si può entrare nel regno.
Ma il romano Marco II, non avendo capito bene sino in fondo, si è enormemente spaventato; avrà pensato: «Ma allora che ci stiamo a fare noi, la chiesa coi suoi riti e sacramenti, se poi è quasi impossibile salvarsi??». Dato che il contesto precedente era quello del giovane ricco, ha proseguito inserendo Mc 10,23, mettendo così in bocca a Gesù «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio»; e poi ha girato la celebre frase con la cruna dell’ago sui ricchi! (che «un ricco non entri nel regno» non è di Gesù).
Così però le due cose, pericolo della ricchezza e impossibilità di salvarsi da soli, risultano confuse e mischiate, tanto che saggiamente il codice D, seguito da versioni latine come il nostro Vercellese e Veronese, ha messo ordine collocando il v. 25 prima del 24; così le due cose risultano ben separate: prima la grande difficoltà dei ricchi a entrare nel regno, e poi quella della salvezza per tutti.
Ma Gesù qui non ha fatto discorsi sui ricchi. Certo dai vangeli emerge il rischio della ricchezza, in particolare da quello di Luca che è un rullo compressore, un martello contro l’enorme pericolosità dell’opulenza: ad es. le parabole del ricco cosiddetto appunto Epulone e del ricco stolto (Lc 12,13-21), il «Guai a voi ricchi» (Lc 6,24) che però non è una condanna. Il monaco benedettino belga Jacques Dupont [francofono, massimo esperto di Luca e delle parabole, famoso per i suoi volumi (tre in francese, accorpati in due nella versione italiana) sulle beatitudini; nel 25° della morte voglio onorare la memoria del mio maestro, che diventava in viso rosso come il fuoco nell’esegesi sui poveri e le ingiustizie] nelle sue lezioni romane spiegava: «Non so come risuoni in italiano quel “guai”: ad ogni modo non è una maledizione, bensì ouai [assente nella letteratura greca prima dell’era cristiana, presente solo nei LXX e nel NT; Vae in latino] è un avvertimento molto serio: Attenti a voi ricchi! Dovete avere molto discernimento (come nella prima lettura di oggi: «stimare un nulla la ricchezza al confronto della sapienza… tutto l’oro al suo confronto è come sabbia»), perché la ricchezza è un grave pericolo per la fede!
L’aggiunta posteriore del ricco dopo la cruna dell’ago è una tesi a mio parere convincente (se non evidente) di E. Hirsch, elaborata agli inizi della 2ª guerra mondiale, ma totalmente ignota, anche perché “snobbato” dai suoi colleghi esegeti: in pratica ignorata dal mondo intero. Sono sicuramente l’unico a divulgarla, e, modestia a parte, probabilmente oggi pure l’unico a conoscerla, e così forse anche nel notare lo svarione finale in cui si riceve il centuplo addirittura in case e campi!
Nel Marco I originario Pietro chiede a Gesù: «Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù risponde in modo succinto (v. 31 alla fine, omesso dal lezionario che si ferma al 30): «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi». I primi grazie alla loro ricchezza, prestigio e potenza, nel mondo futuro saranno collocati all’ultimo posto, mentre invece coloro che qui non sono nulla perché non hanno nulla, in particolare i discepoli itineranti e i missionari, proprio in quanto tali, sono divenuti gli ultimi e diventeranno primi nella vita eterna. Anche Paolo chiama gli apostoli (compreso se stesso) ultimi in 1Cor 4,9 e 2Cor 6,9.
Ma il Marco II ha giudicato, non senza ragione, tale risposta un po’ troppo rapida e striminzita, per cui l’ha ampliata coi vv. 29-30: «Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli, o genitori, figli, e campi a causa del vangelo, che non riceva già nel presente il centuplo [in senso lato e generale come in Mt 19,29 e Luca 18,30: «molto di più» o «molte più cose»], e nel futuro la vita eterna». Ma qui in Marco il centuplo viene specificato anche in case e campi: va bene che i discepoli missionari, più in generale i cristiani godano di un ampliamento delle loro relazioni quasi familiari coi confratelli e consorelle nella fede, ma che ricevano il centuplo in case e campi è una totale assurdità! Questo però non può essere opera dei redattori romani (Marco II o III) poiché è assente in Matteo che quindi non l’ha letto [un problema letterario più generale che approfondiremo domenica prossima]. È quindi opera di un glossatore posteriore o di un copista: ricordiamo che i copisti avevano spesso una conoscenza superficiale del greco, le cui lettere (tutte maiuscole con le parole attaccate l’una all’altra senza spazi e senza punteggiatura) trascrivevano meccanicamente senza capirne sempre bene il significato. Egli ha voluto, per il gusto estetico di un pieno parallelismo, trascrivere interamente la frase del versetto precedente; probabilmente non l’ha compresa a sufficienza, non rendendosi conto della “fesseria” inserita. In quelle chiese in cui domenica verrà letta la forma breve del vangelo, prevista dal lezionario, grazie a Dio questo strafalcione verrà taciuto.






