Che sia stato il Battista a battezzare Gesù (e non viceversa) risultava imbarazzante: infatti Giovanni stesso (ma solo) nel vangelo di Matteo 3,14 esprime la propria opposizione: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te», ma poi lo fa. Ora in campo biblico proprio il cosiddetto criterio di imbarazzo ci dice che ben difficilmente potevano “inventarsi” un fatto che appariva disdicevole-sconveniente per Gesù (come l’accusa di essere un mangione e un beone amico dei pubblicani e dei peccatori, che riflette quindi un comportamento storico di Cristo). Quindi sembra abbastanza sicuro che Giovanni abbia battezzato Gesù.
Ma le varianti di Luca complicano il quadro: la prima non è tanto il fatto che un Gesù orante (solo in Luca) sia battezzato per ultimo dopo tutto il popolo, ma che non sia Giovanni a farlo (non si dice chi sia il battezzatore), poiché immediatamente prima Luca scrive che era stato messo in prigione da Erode, il tetrarca della Galilea (3,20). Chi dunque (in Luca) battezza Gesù (e la gente)? I discepoli del Battista?
Il racconto stringato di Marco prosegue con lo Spirito che scende [e rimane; così nel Sinaitico e in Gv 1,33] su Gesù come una colomba e si sente una voce: «Tu sei il figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Qui la seconda variante lucana è ancora più forte, poiché al posto di “in te ho posto il mio compiacimento” troviamo scritto [in una quindicina di manoscritti, tra cui S. Agostino che così lo legge]: «Figlio mio sei tu, io oggi ti ho generato» (3,22). L’espressione si trova anche nella lettera agli Ebrei 1,5, proclamata nella seconda lettura della terza Messa (del giorno) di Natale, e nel Salmo 2,7.
Sembra proprio una concezione adozionista: Gesù è adottato come figlio di Dio nel e a partire dal battesimo, non prima nella nascita (senza quindi l’Incarnazione classica e senza il “Dio bambino”), bensì da adulto: una riflessione teologica iniziale che non aveva ancora una storia della nascita, senza far ancora perno sugli eventi del neonato Gesù.
Nel battesimo si sente una voce dal cielo come nella nascita e nell’annuncio di Gabriele: «sarà chiamato Figlio di Dio», o ancor meglio, dato l’uso tipicamente semitico del verbo “chiamare” nel senso del nostro verbo “essere” tout court (come già spiegato nella terza d’avvento), «sarà figlio di Dio» (1,35 al futuro); secondo alcuni esegeti Lc 1,35 è una anticipazione affermativa della solenne proclamazione durante il battesimo, in cui Gesù viene elevato a figlio di Dio. Abbiamo una cristologia primeva dello “Spirito nel battesimo” o del “battesimo nello Spirito”, secondo cui Gesù è figlio adottivo di Dio perché reso tale dall’invio del suo santo Spirito. È impossibile che un vangelo, che (rap)presenta questa cristologia, possa far discendere la figliolanza divina di Gesù nella nascita da una creazione-produzione dello Spirito e di una vergine. È evidente che Lc 1,26-45.56 (annunciazione e visitazione) è un’aggiunta posteriore-secondaria nel primo capitolo.
Addirittura l’antica formula di fede citata da Paolo nell’esordio della lettera ai Romani 1,3s suona: «Nato dalla stirpe di Davide secondo la carne [non si parla di Betlemme né della sua famiglia, su cui Paolo nulla sa!], costituito Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità a partire dalla resurrezione dai morti» [addolcito tendenziosamente nelle traduzioni con “mediante” o “in virtù” anziché il chiaro “a partire”]. Conglobando i due testi (senza andare tanto per il sottile) diciamo che il Gesù adulto, nel suo ministero e grazie alla sua alta missione illuminato e pervaso dallo Spirito, nella sua esistenza storica di uomo maturo è adottato in quanto figlio da Dio-Padre.
I vangeli (in particolare la fonte Q, che contiene il materiale comune a Matteo e Luca, assente in Marco) chiamano Gesù ancora “figlio dell’uomo”, poiché non v’è alcuna contraddizione col suddetto titolo di “figlio di Dio”: l’idea di adozione esclude qualsiasi contrasto o incompatibilità. Dato che barnascha-figlio dell’uomo in aramaico ha il semplice e consueto significato di “uomo” [vi torneremo commentando il vangelo di Marco 2,23ss nella nona domenica del tempo ordinario] tra figlio dell’uomo e figlio di Dio potremmo operare un crasi: Gesù e (l)“uomo di Dio”, interessato alle relazioni sia con Dio che con gli uomini. A Q importa la peculiare essenza del discepolato, e non tanto l’essenza divina. Prima di squalificare questa cristologia come “arcaica” (assieme all’antica formula di fede sopra citata), ricordiamo che dobbiamo a Q il Padre nostro, le beatitudini, il discorso della montagna [ossia la predica sull’amore], cioè (forse) la componente più fondamentale e cospicua del Vangelo. Q è interessata all’essenza specifica del vangelo, e non tanto all’essenza del Dio del vangelo, e neppure a quella di Gesù. Gli evangelisti concordano con Q anche per il seguente dato significativo: nei vangeli parecchi personaggi (non solo i discepoli) si rivolgono al Cristo col titolo di “Signore” (al vocativo, com’era usuale invocarlo nelle celebrazioni della comunità primitiva); e lo troviamo pure nel discorso diretto (anche in bocca a Gesù): «Non chi mi dice Signore, Signore…» (Matteo 7,21). Tuttavia nessun evangelista, quando scrive da autore narrante in terza persona (se non mi è sfuggito qualcosa), non dice mai “Il Signore”, ma sempre semplicemente Gesù, con solo due eccezioni nel quarto vangelo: sono le glosse evidenti di Gv 6,23 («dopo che il Signore aveva reso grazie», un “volante” genitivo assoluto mancante in alcuni manoscritti) e quella più famosa di 11,2: «Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore…», peraltro “acrobatica” perché tale unzione deve ancora avvenire, essendo narrata solo nel capitolo seguente (12). È quasi una regola fissa: quando nei vangeli c’è la parola “Signore”, si tratta di un’inserzione-rielaborazione della comunità primitiva.






