Registro di scuola / 5
Riprende in questi venerdì in cui non pubblichiamo il commento al vangelo domenicale, il Registro di scuola 2024/25 rimasto interrotto a maggio.
16 aprile
Poco di mondo. In quinta ho dato come traccia per il tema un passo molto noto di Umberto Eco sulla costruzione del nemico. Eco parte dal concetto di nemico personale come stimolo per sviluppare la propria identità, e poi attraverso una serie di passaggi arriva in pratica… a Trump, ovvero alla situazione attuale (che non è cambiata molto da quando è morto, se non in peggio). Ora: su sei allieve, solo una cita il Mein Kampf come esempio; le altre si limitano al nemico personale, sostenendo che in fondo è quasi un amico, come il compagno di banco che quando piglia 8 stimola te che hai preso 6 e mezzo a fare meglio. Mi sento molto demoralizzato. Chiedo: qualcuno di voi ha idea del conflitto israelo-palestinese? Avete sentito parlare di Trump? Della guerra in Ucraina? Nessuno nel tema ha citato nulla, né di attuale né di storico. Conclusione: ho a volte l’impressione che per le mie allieve il mondo non esista, ovvero il mondo che esiste (su cui ragionare, ecc.) è fatto da genitori amici fratelli compagni ragazzo/a ecc. Ma oltre, non esiste mondo. Il loro mondo sembra arrestarsi al perimetro del proprio ombelico. Come fanno a parlarne? Una allieva tenta la difesa ad oltranza: magari non hanno citato Trump − sostiene − perché è un argomento controverso e se viene un commissario “trumpiano” poi mi penalizza. Le ho risposto che, almeno per ora, si può ancora parlare di politica in un tema − non per prendere posizione, ma per illustrare i programmi di Trump a proposito dei messicani, o di Netanyahu a proposito dei palestinesi. La mia impressione è che quel poco di mondo che conoscono (esclusi genitori, amici e fidanzati) è quello che gli facciamo conoscere noi a scuola. Poco: perché ormai a scuola vanno per la maggiore Stem e lingue, il resto sono poca cosa. E questo è triste.
Mi ha colpito la riflessione di un amico: questo restringimento dell’universo alle coordinate familiari radica e giustifica il familismo amorale italico. Se il mondo finisce con la mia cerchia, si capisce che si sacrifichi tutto per proteggerla dal male intorno a noi: quanti misfatti vengono coperti da papà e mamma (anche a scuola, ma non solo)?
30 aprile
Solo il dieci per cento. Sono passati 80 anni dalla Liberazione. Decisamente troppi. A scuola, con un collega, organizziamo alcune iniziative per il 25 aprile. Ci muoviamo sulla scia di quanto avevamo pensato l’anno scorso, ma con alcune migliorie: molte vie intorno alla scuola sono intitolate a partigiani o resistenti, in senso lato, e volevamo – camminando per le strade – che quest’anno ciascuna figura si presentasse direttamente ai ragazzi con dei brevi monologhi, “detti” da studenti di quarta e quinta, a differenza dell’anno scorso, quando venivano lette delle schede biografiche in terza persona.
Così, con buon anticipo, ho iniziato a cercare biografie ampie e affidabili da utilizzare come base per la stesura dei monologhi. Ho utilizzato ChatGPT per ottenere una prima bozza dei monologhi, lavorando con prompt via via più precisi, fino a ottenere dei testi utilizzabili come semilavorati, pronti per essere rivisti dalla mano (e dalla testa) di un essere umano. È stato un lavoro lungo, svolto insieme al collega.
Poiché la nostra scuola non ha previsto la sospensione delle lezioni nei due giorni compresi tra il ponte di Pasqua e quello del 25 aprile, l’idea era di svolgere l’attività proprio in quei giorni. Invitiamo le classi a iscriversi tramite un modulo. Su oltre 80 classi, ne aderiscono 8 — due sono le mie. Circa il dieci per cento. La delusione è forte, ma non è la cosa peggiore.
Mentre sono in gita a Parigi, ricevo un messaggio da una collega: probabilmente l’attività va cancellata. La rabbia è tale da togliermi il fiato. Appena rientro, chiedo chiarimenti: mi spiegano che non si tratta di annullarla, ma di posticiparla al rientro dal ponte o alla settimana successiva, ovvero i primi di maggio (ma c’è di mezzo il 1° maggio! e in quel periodo gli studenti di quinta sono già oberati…). Il problema è che oltre cinquanta docenti hanno chiesto ferie in quei giorni, e quelli rimasti non possono essere sottratti alle classi, come invece richiede l’attività: per uscire dalla scuola serve infatti un docente ogni quindici alunni (il che significa per esempio due docenti per una classe da 20 studenti, oltre a me e al collega, che operiamo fuori orario). Se non ci sono abbastanza docenti per coprire le classi in aula, figurarsi se ce ne sono “in più” per accompagnare!
Sono giorni snervanti, eppure non intendiamo rinunciare a nessun costo. Peccato che, nella settimana successiva, il collega sia impegnato in uno scambio all’estero, e io mi ritroverei a gestire tutto da solo. Intanto, il lavoro sui testi non è ancora concluso: abbiamo ancora solo delle bozze! In alcuni casi, le classi non sono più disponibili: «Abbiamo spostato apposta il compito, e ora voi rimandate l’attività: mi spiace, ma la classe non può più partecipare», mi dicono alcune colleghe. Peccato che non sia stato io a cambiare la data… Anche mantenendo lo stesso giorno della settimana, non è affatto detto che le classi siano ancora disponibili. E i docenti che erano liberi per accompagnare prima, non lo sono più la settimana successiva. Alcuni chiedono di ritirare la propria adesione. Un vero e proprio caos, molto frustrante.
La soluzione, inaspettata, arriva da uno studente, uno di quelli che ha sempre partecipato molto attivamente a queste iniziative. Mi suggerisce un modo per risparmiare docenti: fare la “camminata”… da fermi, senza uscire, in Auditorium. Utilizzando Google Street View, si può simulare il percorso per le vie intorno alla scuola, mentre i lettori, microfono alla mano, recitano i monologhi. Certo, manca l’aspetto materiale del camminare, ma possiamo includere un numero maggiore di figure poiché non ci sono tempi morti e, soprattutto, l’ambiente chiuso favorisce un ascolto più attento. Propone anche un altro accorgimento: un po’ di musica, magari dal vivo. All’ultimo momento trovo un ragazzo di quinta che accompagnerà un paio di monologhi al pianoforte. Lo stesso allievo mi aiuta a rivedere i testi perché è molto dotato nella scrittura.
Arrivano finalmente i due giorni: lo stress è stato notevole, e i ragazzi non hanno avuto modo di fare una vera prova generale – la prima lettura d’insieme di fatto la faranno al primo turno. Ma sono bravi. Davvero. Non hanno bisogno di grandi istruzioni, c’è ormai una consuetudine a lavorare insieme, grazie anche all’esperienza fatta per il 27 gennaio.
Le classi si alternano nei vari turni, compatibilmente con verifiche e lezioni importanti (sono quasi tutti di quinta). All’ultimo, chiedono di partecipare anche un paio di quinte. Il risultato è sorprendentemente positivo. I ragazzi che leggono i monologhi ci mettono l’anima. Non vedo maneggiare cellulari tra il pubblico, qualcuno mi sarà sfuggito, ma l’attenzione è alta. La carta vincente è quella di far parlare i compagni più grandi ai loro compagni più giovani. Mi ricorderò a lungo di questo 25 aprile così caotico. Sono contentissimo. Forse anche Monti, Vian, Di Vittorio, Galimberti, ecc., saranno contenti.
10 maggio
Andare a capo. Correggendo i temi in prima trovo: fen-omeni. Oppure: impone-nti. Il trattino come optional. Mi chiedo se nessuno abbia insegnato la sillabazione negli 8 anni che precedono quelli in cui li ho presi io: io no, non mi sembrava il caso (ma ci sto ripensando…!). Chiedo spiegazioni: «Ma è lei che ci obbliga a riempire le righe, tanto vale andare a capo con tutta la parola, ma lei non vuole!». Quindi la colpa, pare, sarebbe mia. Ne deduco che alle medie non venga richiesto di rispettare il margine, e a giudicare dai fogli che ho tra le mani neanche di prendere il foglio dalla parte giusta! Ma la risposta “vera” me l’ha data un genitore in un colloquio: «È colpa del covid!». Credo che per smaltire questo virus ci vorrà un decennio. Effetti di lunga durata. Posso pensare che oltre agli insegnanti che si dannano per cercare di ottenere il meglio, ce ne siano che non si dannano l’anima per questioni forse giudicate poco rilevanti come la sillabazione o scrivere ordinatamente su un foglio? O è questione di sistema?
Mi torna in mente anche ciò che è accaduto in terza: nel commento a una novella del Decameron, un allievo scrive a proposito dello spazio in cui è ambientata che Boccaccio «l’ascia libera interpretazione» ecc. Quando l’ho letto ho provato un sussulto: «L’ascia ch’io pianga…!»! Oppure quanto scritto da una allieva di quinta nel tema (peraltro buono!) di simulazione della prima prova a proposito di un racconto di Calvino: «Il brano ci mostra nel dettaglio il risveglio di lei, la cuale tra la sveglia…». Questo caso lo interpreterei proprio solo come sbadataggine, perché unico, e inserito in un testo per altri versi curato. Il modo più usuale di interpretare questo tipo di errori è quello di supporre l’esistenza di un Disturbo specifico di apprendimento (Dsa). Ma non penso sia la soluzione almeno per questi casi. Io preferisco chiamarla, più semplicemente, sciatteria. Un male endemico, sempre più diffuso, che consiste nel non curare quello che si scrive, a tutti i livelli: grafico (la scrittura!), impaginazione, margini, intestazione del foglio, rispetto dell’ortografia… come se tutto ciò fosse un orpello, qualcosa di inessenziale. Possiamo permettercelo? Solo perché ormai nessuno scrive più a mano?






