Non del tutto inattesa è arrivata nel periodo estivo (è stata pubblicata il 4 agosto), quello che si ritiene un tempo di lettura privilegiato, l’invito del papa a considerare il valore della letteratura (romanzi e poesie) per la formazione del cristiano: Lettera del Santo Padre Francesco sul ruolo della letteratura nella formazione. Non è un’iniziativa inattesa perché il papa si era già espresso più volte sul tema, affrontandolo in vari fronti, di cui proverò a dare conto per offrire un panorama il più possibile completo sul tema prima di entrare nello specifico del nuovo testo.

Nel gennaio 2018 la Costituzione apostolica Veritatis gaudium, su università e facoltà ecclesiastiche, indicava un’apertura degli studi ecclesiastici finalizzata al dialogo con le diverse espressioni culturali del nostro tempo, in quanto – sosteneva – «Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre» [3]. La proposta su cui valutare il ripensamento delle facoltà teologiche verteva quindi sul criterio dell’inter- e trans-disciplinarietà, esercitato «con sapienza e creatività», che deve andare incontro a «una pluralità di saperi, corrispondente alla ricchezza multiforme del reale» [4].

Due anni dopo, nel gennaio 2020, il messaggio della 54a giornata mondiale delle comunicazioni sociali era di taglio narrativo e aveva come titolo «“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). La vita si fa storia». A questo testo era seguito un volume edito da LEV e Salani, La tessitura del mondo (2022), che raccoglieva 44 contributi pubblicati lungo tutto il 2020 su L’Osservatore romano, che aveva rilanciato quel messaggio papale a vari autori, tra i quali Sandro Veronesi, Mariapia Veladiano e Marilynne Robinson per la letteratura, Roberto Andò per il cinema, Francesco De Gregori per la musica e persino Renzo Piano. Naturalmente non mancavano biblisti e teologi, a vario titolo coinvolti nel filone narrativo.

E poi non posso non menzionare i numerosi discorsi agli artisti, con cui i papi hanno creato una lunga tradizione e che Francesco ha proseguito – tra i tanti, richiamo l’ultimo di febbraio 2024 e l’incontro dello scorso anno con gli artisti dello humour. A questo proposito ricordo il discorso del maggio 2023 direttamente rivolto agli «artisti della parola», poeti, scrittori e sceneggiatori, in cui Francesco ha parlato – come nella Lettera qui in oggetto – della sua esperienza di insegnamento della letteratura nella scuola di Santa Fe (quando aveva 28 anni, tra il 1964 e il 1965). In quell’occasione tra i presenti vi era anche Martin Scorsese, che dopo L’ultima tentazione di Cristo (1988) e Silence (2016), ha recentemente annunciato l’intenzione di produrre un nuovo film a tema evangelico, ispirato a Vita di Gesù, nuovamente tratto da un testo dello scrittore giapponese Shusaku Endo. Come emerso da un’intervista con Spadaro, Scorsese ha detto di sentirsi chiamato dall’appello agli artisti che il papa aveva lanciato nell’introduzione di un libro dell’ex direttore di Civiltà Cattolica (Una trama divina, Marsilio 2023): «in questo tempo di crisi dell’ordine mondiale, di guerra e grandi polarizzazioni, di paradigmi rigidi, di gravi sfide a livello climatico ed economico abbiamo bisogno della genialità di un linguaggio nuovo, di storie e immagini potenti, di scrittori, poeti, artisti capaci di gridare al mondo il messaggio evangelico, di farci vedere Gesù».

Impossibile fornire un quadro completo, ricordando tutti i richiami nelle omelie, nelle catechesi e nelle encicliche; mi limito pertanto a riportare solo alcuni esempi, come la filosofia del sasso dal celebre La strada di Federico Fellini durante l’omelia di Pasqua del 2017 e Il pranzo di Babette in Amoris Laetitia; Pablo Neruda in Querida Amazonia e Fëdor Dostoevskij nell’udienza generale di aprile 2022, per rispondere alle polemiche suscitate dalla Via Crucis che vedeva insieme una donna russa e una ucraina. Questi stessi autori sono stati citati anche in altre occasioni, sebbene quello che spicca su tutti è molto probabilmente lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, che Francesco aveva invitato nella sua scuola quando appunto era insegnante. Ritroviamo quindi Borges anche nel testo della Lettera che ha fornito l’ispirazione per questo pezzo.

In genere possiamo dire che i riferimenti letterari di papa Bergoglio restano piuttosto classici, essenzialmente maschili (se non ho perso qualcosa), con una preferenza per la letteratura del Novecento: tra gli italiani Dante (a cui ha dedicato una lettera apostolica nel VII centenario della morte, Candor Lucis Aeternae) e Manzoni; tra i francesi Marcel Proust e Charles Péguy; mentre tra gli inglesi C. S. Lewis, J. R. R. Tolkien, T.S. Eliot e il gesuita Gerard Manley Hopkins tra i poeti; ancora tra i poeti: il rumeno autore per eccellenza della shoah Paul Celan, il messicano Octavio Paz e il tedesco Friedrich Hölderlin. Pur nella limitatezza delle prospettive (non una scrittrice o una poetessa, niente degli anni Duemila, nulla di esterno al mondo occidentale) ci sembra giusto evidenziarne il valore, che finora non aveva trovato una collocazione significativa nel magistero papale, con tutti i limiti che questo ha comportato anche nella vita della Chiesa.

Dopo quest’ampia premessa, veniamo alla lettera vera e propria che, seppure rivolta ai presbiteri, a tutti gli «agenti pastorali» e quindi a tutti i cristiani, denuncia nel seguito l’intento più specificatamente clericale – peraltro già indicato nella premessa, come se alla fine si fosse accorto (e giustamente) che in fondo poteva essere estesa ai tanti altri che hanno il diritto-dovere di formarsi nella loro vita di credenti.

Constatato con rammarico come sia considerata «un’espressione minore della cultura che non apparterrebbe al cammino di preparazione» [4], la letteratura è in generale per papa Francesco una fondamentale apertura al mondo, declinata in vari modi: possibilità di uscire da «quelle poche idee ossessive che ci intrappolano» [2], «accesso privilegiato […] al cuore della cultura umana e più nello specifico al cuore dell’essere umano» [4], indispensabile «per un credente che vuole sinceramente entrare in dialogo con la cultura del suo tempo, o semplicemente con la vita delle persone concrete» [8]; concetto ribadito in specifico per i presbiteri (chiamati soprattutto, ahimè, “sacerdoti”): «la letteratura è dunque una “via d’accesso”, che aiuta il pastore a entrare in un fecondo dialogo con la cultura del suo tempo» [13]. E tale apertura si rende necessaria, in quanto è «pericoloso smettere di ascoltare la voce dell’altro» [20]. Riprendo a questo proposito anche Proust e l’immagine della letteratura come telescopio, che aiuta a «mettere a fuoco “la grande distanza” che il quotidiano scava tra la nostra percezione e l’insieme dell’esperienza umana» [30].

Secondo papa Francesco, inoltre, la letteratura aiuta a comprendere meglio la Rivelazione: «Il contatto con i diversi stili letterari e grammaticali permetterà sempre di approfondire la polifonia della Rivelazione senza ridurla o impoverirla alle proprie esigenze storiche o alle proprie strutture mentali» [10]; una pluralità che «forma il lettore al decentramento, al senso del limite, alla rinuncia al dominio, cognitivo e critico, sull’esperienza» [40].

Si osserva peraltro la sensibilità dell’insegnante di lettere quando fa notare il ruolo attivo del lettore, che interviene con la sua immaginazione, entrando nel racconto con la sua storia personale [3]. Un tema, quello dell’immaginazione, tipico della riflessione gesuita (a partire dagli esercizi ignaziani) e che negli ultimi anni sta utilmente penetrando nella riflessione teologica: «Stimola anche l’immaginazione e la creatività. Allo stesso tempo, questo permette di imparare a esprimere in modo più ricco le proprie narrazioni» [16]; l’immaginazione è inoltre offerta di empatia, «capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia» [34].

Più specifico di papa Francesco è il richiamo al “discernimento”, associato all’atto della lettura [29], contro il rischio della banalizzazione e dell’accelerazione, «imparando a prendere le distanze da ciò che è immediato, a rallentare, a contemplare e ad ascoltare» [31]. La lettura è così una «palestra dove allenare lo sguardo a cercare ed esplorare la verità delle persone e delle situazioni come mistero, come cariche di un eccesso di senso» [32].

Per questo, infine, è bene che nei seminari si dedichi tempo a «momenti di serena e gratuita lettura, a parlare su questi libri» [4]. E per coloro che dovranno fare proprio il ministero della Parola è importante che colgano l’analogia profonda tra la parola di Dio e la parola poetica, data dall’intrinseca apertura all’infinito della seconda [24]; come il poeta infatti, il prete è chiamato al compito di «“nominare”, di dare senso» [43], evocando allo scopo in chiusura Paul Celan: «Chi impara realmente a vedere, si avvicina all’invisibile» [44].

A questo punto non ci resta che chiederci in quanti, anche tra i teologi e i formatori, si siano accorti dei tanti segnali lanciati dal papa sulla letteratura e sul mondo della cultura in genere. Perché in tal caso, forse, questa lettera non sarebbe stata necessaria. Vediamo allora quali effetti sarà in grado di produrre questa. Se ce ne saranno.