Il 7 maggio scorso, nella sala congressi del Palazzo Reale Milano, si è svolto un incontro di formazione, nel corso del quale un pubblico di Responsabili delle Risorse Umane ha potuto ascoltare storie di carcerati/e, migranti, persone in riabilitazione da dipendenze, e colloquiare con loro. Nel cortile del Palazzo abbiamo inteso questo dialogo.

M. – Mi chiedi perché, oggi, nell’incontro organizzato da Umanica, non ho raccontato la mia storia, quella che mi ha valso l’ergastolo a diciotto anni. L’ho condensata in una frase quando mi sono presentato: è la mia storia di prima, quella che tutti possono conoscere; i resoconti del processo sono pubblici. Quella che mi interessa raccontare è l’altra mia storia, quella che comincia sulla soglia del carcere di Vigevano, e che mi ha condotto fino a qui, oggi, che di anni ne ho 30, al secondo piano di Palazzo Reale a Milano, in una sala piena di persone interessate a conoscere questo capitolo della mia storia.

C. – È proprio il senso della nostra proposta con Umanica: la possibilità di “leggere” dal vivo i racconti autobiografici di autori che ci rivelano capitoli cruciali della loro vita. Ascoltare, scoprire, dialogare. Un’esperienza autentica, per confrontarci con i nostri pregiudizi e con la paura di ciò che è diverso da noi.

S. – Il tuo è un caso isolato o rappresentativo di un percorso possibile?

M. – Ogni caso, in verità, è un individuo. E i percorsi sono fatti di vincoli, opportunità e motivazione. Io ho cominciato in cella d’isolamento a Vigevano. In isolamento, lasciato da solo, pensi solo a te stesso, non alle vittime. Puoi passare il tuo tempo in branda ad aspettare che trascorra. Quando mi hanno trasferito a Pavia, ho iniziato a pensare a come sopravvivere. E inizia una nuova storia.

C. – Perché a Pavia?

M. – A Pavia sono offerte delle opportunità: lavoro interno (bibliotecario, addetto alla lavanderia, alle pulizie, alla manutenzione ordinaria, magazziniere, cuoco e aiuto cuoco, ecc.), e lavoro esterno, come il progetto della Fondazione Policlinico San Matteo (dove i carcerati si sono prestati come cuochi, imbianchini, pittori e poeti per aiutare i bambini ricoverati a migliorare la loro degenza in ospedale). Le opportunità bisogna saperle e volerle cogliere. Io ho cominciato come bibliotecario.

C. – Successivamente hai ottenuto il trasferimento a Bollate, dove, come ha spiegato il Direttore Giorgio Leggieri, «il lavoro rientra tra gli elementi del trattamento penitenziario, in quanto occasione per il cambiamento».

M. – A Bollate è continuato il mio cammino verso la libertà, che è prima di tutto la libertà di scegliere, di cogliere le opportunità che vengono proposte e costruire così nuovi pezzi di vita: prima ho lavorato nel Call-Center che la Cooperativa Bee4 – Altrementi ha installato all’interno del carcere. Contemporaneamente mi sono inserito nella nostra compagnia teatrale.

S. – Prima di ascoltare la tua storia non sapevo che nel Carcere di Bollate fossero attive sei cooperative e due aziende…

M. – C’è mica da stupirsi. Vale la pena investire e superare i pregiudizi sui carcerati. Forse non ci hai pensato, ma, per esempio nel Call-Center, siamo operativi 365 giorni all’anno, ti assicuro che l’assenteismo è basso! Ovviamente bisogna curare il management e soprattutto la formazione, che poi è quello che mi ha attirato: conoscere contesti ed esperienze formative che non avrei saputo trovare.

S. – Nella mia carriera ho diretto imprese all’estero, e talvolta in Paesi in cui la re-inserzione è un processo abbastanza più strutturato. Quando ci hai parlato della tua situazione oggi, una volta ottenuta l’applicazione dell’art. 21 – cioè come lavorante esterno con rientro notturno in istituto – ero un po’ sorpreso che ne parlassi in toni così positivi.

M. – Andiamo al sodo: in primo luogo quelli sono momenti quasi da persona libera, e poi i 520 euro mensili che mi restano in tasca, della paga che l’Azienda versa all’Istituto Circondariale, quelli sono miei! Non ti fanno completamente dimenticare che un ergastolano deve costruire per dieci anni il diritto a chiedere l’art. 21, che la mattina esci a quella certa ora, che devi prendere quel certo autobus, che devi entrare da quella certa porta, che devi prendere quel certo tram per andare poi all’Università (mi sono iscritto a Scienza della Formazione), che appena finito il corso devi ritornare subito in carcere con quella certa metropolitana. Però è una bella soddisfazione.

S. – Caspita che motivazione! Oggi che le competenze, e in particolare volontà e iniziativa, contano più delle conoscenze… Se non fossi in pensione, opportunità come queste, di reclutare personale così motivato, andrei a cercarle anche senza gli incentivi fiscali e contributivi a corredo.

C. – Piano, piano! Hai sentito che ogni caso è in verità un individuo. Non facciamo del buonismo. Molti, troppi, carcerati sono confinati alla vita di reparto. Chiedi alla Susanna – l’altra testimonianza che abbiamo ascoltato oggi – quanto poche siano le donne, nella sezione femminile, che reagiscono in questo modo. Poi, inutile nasconderlo, ci possono essere anche gli opportunisti che cercano di strappare un po’ d’aria di fuori. Ma un buon recruiter non ha difficoltà a discernere la persona motivata. Se solo si libera del pregiudizio e accetta di incontrare l’individuo che sta sotto la tuta. È l’obiettivo che ci siamo dati creando Umanica e organizzando l’evento di oggi a Palazzo Reale con il patrocinio della Sottocommissione Carceri del Comune di Milano. Abbiamo invitato prevalentemente un pubblico di Responsabili delle Risorse Umane per far vivere loro un’esperienza di Diversity&Inclusion direttamente sulla propria pelle. Vorremmo provocare una scossa salutare che li induca a vedere l’opportunità prima del rischio, ed eventualmente a riprodurre l’esperienza in seno alle loro Aziende. Noi ci crediamo!

Umanica è un ente del terzo settore che si pone come scopo quello di abbattere stereotipi e pregiudizi collegati alle diversità tra gli individui, e favorire l’inclusione come l’atteggiamento di apertura e di accoglienza del diverso. Con la sua attività, Umanica intende inoltre contribuire alla collaborazione tra istituzioni pubbliche, settore profit e terzo settore nell’aiuto di soggetti potenzialmente svantaggiati, in particolare promuovendo l’incontro di questi ultimi con le realtà aziendali, favorendone un possibile inserimento lavorativo.