Commento al vangelo della domenica 18ª: Luca 12,13-21

Rispetto a domenica scorsa il lezionario fa un bel balzo, saltando tutto il resto del cap. 11 e l’inizio del 12. Ne ricordiamo solo la vera beatitudine (Lc 11,27s): «Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la custodiscono». Questi detti in origine non erano normalmente contestualizzati; gli evangelisti però devono situarli, per cui “creano la scena” dove piazzarli. Ad es. il discorso della montagna in Mt, ma nella pianura in Lc, il quale dimostra più fantasia in 7-8 casi, tra cui questo: s’immagina una donna che grida tra la folla: «Beato il grembo che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato»», quale input per la beatitudine seguente.

Lo fa anche all’inizio del vangelo odierno con la premessa scenografica dell’eredità contesa, quale input per il ricco stolto, un brano chiarissimo di immediata comprensione.

Saranno i generi e le nuore a sperperarli. È un racconto particolarmente attuale nell’odierna rincorsa spasmodica al denaro, alla ricchezza, ai beni in enorme sovrabbondanza (con miriadi di uomini del pianeta in sofferenza), sia a livello individuale che societario: l’interesse quasi esclusivo per i profitti, le fatturazioni, i subappalti…, a scapito della sicurezza dei lavoratori e della qualità del prodotto.

Potremmo forse considerare rivolta anche a noi la sgridata finale di Gesù, a mio parere autentica, al notabile (cosiddetto “giovane”) ricco, contenuta nel vangelo perduto degli Ebrei ma salvataci dal bravo Girolamo: «Ecco molti tuoi fratelli amicti sunt in stercore (sono avvolti nella m.), stanno morendo di fame e la tua casa è piena di molti beni, ma nessuno di essi è uscito per risollevare quei miserabili».

È un racconto sapienziale, “laico” (che finisce al v. 20), senza risvolti cristiani specifici, molto popolare: infatti ho sentito spesso la gente pronunciare frasi molto simili alla conclusione originaria: «E quello che hai accumulato di chi sarà?», perché non se lo porta certo nella tomba; a volte con battute ironico-sarcastiche: «Ci penseranno i generi e le nuore a spendere i suoi soldi!».

Ma questa “laicità” non è piaciuta a un redattore-glossatore che ha aggiunto alla fine il v. 21 sulla necessità di arricchire davanti a Dio [non v’è dubbio perché manca infatti nel codice D e nei nostri Vercellese e Veronese]. Purtroppo è contrario al pensiero di Gesù, secondo cui non si possono accampare meriti, elogi e diritti (l’unico premio è appunto quello della felicità, come nella suddetta beatitudine), perché «Siamo tutti poveri servi; abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10 che leggeremo nella dom. 27ª; una delle affermazioni più trascurate e rimosse di Gesù). Poi rispondendo sempre al “giovane” ricco ribatte: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non l’unico Dio soltanto» [uno solo; Lc 18,19 e par.]. Non è una risposta da Verbo incarnato, per cui è sicuramente di Gesù per il «criterio d’imbarazzo». Quindi per lui siamo tutti peccatori [almeno in senso debole, manchevoli per determinate omissioni ecc.: un’altra grande rimozione, soprattutto nelle canonizzazioni dei santi].

Frugalità senza opulenza. Nel quarto vangelo il tema ricchezza-povertà è completamente assente; nei primi due sinottici solo qualche frase volante, come quella famosa sul cammello che passa per la cruna di un ago (Mc 10,23-27 e par.; cfr l’appendice tecnica) e il non poter servire a due padroni, Dio e mammona (Matteo 6,24, ma omesso in Marco).

Ovviamene presente in Lc 16,13 (il passo molto difficile sull’amministratore infedele che vedremo nella 25ª dom.), perché egli è invece un rullo compressore, un martello contro l’enorme pericolosità dell’opulenza: oltre al vangelo odierno, abbiamo il ricco cosiddetto Epulone (16,19-31, che leggeremo nella dom. 26ª; cfr più avanti) e il «Guai a voi ricchi» (Lc 6,24) che però non è una condanna. Secondo Jacques Dupont ouai [assente nella letteratura greca prima dell’era cristiana, presente solo nei LXX e nel NT; ben diverso dal latino Vae victis (“Guai ai vinti”) degli antichi romani] non è una maledizione o una sanzione definitiva, bensì un avvertimento molto serio: Attenti a voi ricchi! Dovete avere un notevole discernimento, perché la ricchezza è un grave pericolo per la fede!

In Mc e Mt c’è praticamente solo l’esortazione al giovane ricco da parte di Gesù che, fissandolo e amandolo (Mc 10,21), lo invita a vendere quello che ha per darlo ai poveri, ma si tratta di una chiamata-vocazione speciale per una specifica sequela del Cristo itinerante. Luca, invece, a mio parere esagerando assai, estende l’incitamento a tutti i credenti in 12,33 («vendere i beni per dare il ricavato in elemosina», che vedremo domenica prossima) e in 14,33 («rinuncia a tutti gli averi», che leggeremo nella 23ª dom).

Credo d’aver proposto una posizione equilibrata, ossia una via media che, nella frugalità della condivisione fraterna, evita i due estremi: ovviamente quello della miseria (beatitudini lucane), ma anche una sfacciata opulenza, appunto Epulone, il nome (assente nel testo evangelico) che la tradizione ha felicemente dato al ricco. Nelle parabole non ci sono mai nomi di persone, ad eccezione di questa coi nomi di Abramo e Lazzaro, che fra l’altro è un soprannome che in greco vuol dire “il morto”. Probabilmente circolava allora la “voce” del ritorno di un certo Lazzaro dai morti: è stata storicizzata in Gv 11, e qui solo ventilata come possibile dal ricco per avvisare i suoi fratelli, ma stoppata da Abramo che ne esclude la fattibilità.

In cauda venenum: «Avvenire» di domenica 27 luglio 2025 a p. 19 ha dato grande risalto alla conferenza-stampa relativa guarigione dalla Slp (sclerosi laterale primaria) della lucana Antonietta Raco, che sarebbe avvenuta immergendosi nell’acqua di Lourdes nel 2009.

Dato e non concesso che l’evento sia stato di origine soprannaturale, resta sempre da rispondere alla seguente obiezione: cosa dovrebbero pensare e dire tutti i malati di Sla nel mondo (secondo una stima prudente sono più di 200.000; oltre a quelli affetti da altre patologie invalidanti) per il fatto che solo lei sia stata guarita? Peggio ancora se si presume che se la sia meritata per la sua devozione mariana, perché parecchi fra le migliaia di malati avranno anch’essi pregato, pur non andando a Lourdes. 

Una grave ingiustizia divina! Come (cfr. il nostro commento al vangelo di domenica scorsa sul Pater) la “crudeltà” del Signore-Dio dell’AT che avrebbe colpito a morte il primogenito di Davide e Betsabea perché frutto di un adulterio. Si continua imperterriti nel quadro mitico: Dio (o la Madonna) fa vivere, guarire (o meno) e morire a propria discrezione; nelle discussioni sul fine-vita è chiara la posizione, più o meno conscia, di chi ritiene che debba obbligatoriamente essere la sfera divina (e non l’uomo; attraverso la natura o meno) a determinare il processo della morte.

Appendice tecnica

La frase è famosa: «È più facile che una corda [l’aramaico gamal significa sia una fune-cavo che il cammello; evidentemente è più logica la prima, perché l’animale è esagerato] passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio» [cfr. il commento al vangelo della dom. 28ª del tempo ordinario dell’anno scorso (anno B)].

Ma Gesù non ha parlato del ricco! Se così fosse, la replica dei discepoli «Allora chi mai può essere salvato?» sarebbe priva di senso, poiché la stragrande maggioranza degli uomini di quel tempo (e pure dopo) non erano ricchi. Sarebbe stata logica solo se quasi tutti lo fossero stati. Gesù ha detto: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che una grossa corda passi per la cruna di un ago» (stop); è una delle frasi paradossali di Gesù [come «a chi ti percuote sulla guancia destra tu porgigli anche l’altra»] per indicare la difficoltà della salvezza in generale per tutti. Tuttavia l’implicito sottinteso è la quasi impossibilità di salvarsi da soli, poiché il testo prosegue con «impossibile agli uomini, ma possibile a Dio» (Lc 18,27 e par.): con l’aiuto della sua Grazia si può entrare nel regno.

Ma il romano Marco II, non avendo capito sino in fondo, si è enormemente spaventato; avrà pensato: «Ma allora che ci stiamo a fare noi, la chiesa coi suoi riti e sacramenti, se poi è quasi impossibile salvarsi?». Dato che il contesto precedente era quello del giovane ricco, ha proseguito inserendo Mc 10,23, mettendo così in bocca a Gesù «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio»; e poi ha girato la celebre frase con la cruna dell’ago sui ricchi! Ma la preclusione del regno al ricco non è di Gesù, che qui non ha fatto discorsi sui beni patrimoniali. Se negli ultimi tempi nessuno ha rilevato la correzione pasticciata [ne costituisce una prova il codice D assieme al Vercellese, Veronese e Bresciano, i quali, accorgendosi del pastrocchio, saggiamente vi hanno in parte ovviato invertendo il v. 25 col 24], e se io oggi sono praticamente il solo a divulgarla, non ne confuta la verità storico-letteraria].

Certo dal vangelo emerge il grave rischio della ricchezza, massimamente in quello di Luca.