Trivial Pursuit, dilagato all’inizio degli anni ’80 era un gioco da tavolo, o da società come si dice anche, in cui vince chi sa rispondere al maggior numero di domande sugli argomenti più vari, dalla storia al music-hall, dalle scienze naturali alla letteratura. Il giocatore pesca una carta, tra le 3.000 disponibili, e fa punto se dà la risposta giusta o – nella versione semplificata – se sceglie quella corretta tra le sei proposte. Il gioco divenne così popolare che si giocava ovunque, anche in aereo. Proprio in volo ne venne creata una versione particolare, ad opera di studenti americani che tornavano al College dopo la tradizionale festa familiare di Thanksgiving. Si giocava senza carte. A turno, un giocatore proponeva la domanda e tutti i compagni davano la loro risposta. Faceva punti chi dava la risposta giusta e… anche chi, pur avendo dato quella sbagliata, raccoglieva il maggior numero di consensi. Intendendo, in questo modo, che l’opinione più condivisa vale come la verità.
L’aneddoto, mi pare illustri perfettamente la deriva in cui scivola di nuovo l’umanità: è vero quello che la maggioranza crede. Poco importa di prove scientifiche, di indagini sistematiche, di fatti constatati, se quelli intorno a me affermano che la terra è piatta, allora è piatta. Finita la parentesi dei Lumi, Galileo aveva torto e il Sole gira intorno alla Terra. Fine dell’epistemologia, almeno nella definizione che ne dà l’Oxford English Dictionary: «L’epistemologia è l’indagine su ciò che distingue una verità provata da un’opinione».
Tra le probabili conseguenze della presidenza Trump, quella che temo di più è “l’effetto Musk”. Già in campagna elettorale si è constatato come gli algoritmi di X (ex-Twitter) abbiano trasformato in terrorizzante credenza la bufala «In Ohio i clandestini haitiani mangiano i vostri barboncini», rimbalzata da uno all’altro in milioni di account a colpi di like. In confronto i 20 milioni di dollari messi a disposizione della lotteria per chi andava a votare pro-Trump fanno sorridere chi, come noi italiani, ha visto per decenni comprare voti a colpi di posti nella pubblica amministrazione, il cui costo finale è ben superiore e tutto a carico dei contribuenti.
Nel governo presieduto da Trump, Elon Musk ha l’incarico di smantellare l’amministrazione federale, odioso ostacolo al capitalismo di rapina di cui Trump è campione indiscusso (conosciamo bene la storia; l’abbiamo sperimentata già con Berlusconi, si parva licet componere magnis – dove parva è Berlusconi, mi consenta sig.ra Marta o Veronica, dipende da chi eredita). Allora perché proprio lui dovrebbe inquietare noi europei? La risposta è semplice: con il padrone di X nel governo americano oseremo porre una diga allo tsunami di menzogne, falsità, asinerie, inganni, minacce, incubi, che circolano nel social network di cui è proprietario, e che lui incoraggia? Saremmo capaci di oscurare X, come hanno fatto in Brasile?
Stiamo constatando in questi giorni gli effetti devastanti dei gas tossici lanciati da abili manipolatori russi e cinesi nella rete Tik-Tok, che vengono inalati e ridistribuiti da moltitudini di georgiani e rumeni, così da formare uno smog di opinione dal quale spunta come per magia l’atteso demiurgo, e infine ottenere nelle urne i risultati voluti dai suddetti manipolatori. Questa è la vera guerra a cui deve prepararsi l’Europa. Forse i temuti missili Oreshnik o Kinzhal continueranno a colpire “solo” l’Ucraina, forse la copertura della Nato sarà sufficiente ad impedire ai carri armati con la stella rossa di calpestare l’Estonia, forse Donald Trump non chiuderà tutte le basi militari americane in Europa già dal suo Day 1 (il 20 gennaio 2025), forse…
Ma già hanno ripreso volume i ciarlatani anti-vax, si seminano a piene mani illusioni di arricchimenti paperoniani con le cripto-monete, si moltiplicano le scimmie influencer che danno agli altri lezioni di democrazia citando il preclaro esempio di Elon Musk, ecc. Ciascuno può aggiungere alla lista, per poco che sollevi il naso dal proprio smartphone, apra le orecchie ad ascoltare i vivavoce di chi per strada sente la necessità di comunicare a tutti gli affari suoi, dia un’occhiata allo smartphone del vicino, in autobus, in coda allo stadio, alla cassa del supermercato.
Che fare?
La prima cosa, la più urgente, la più efficace tocca a ciascuno di noi: dubitare! Nel ’68 si contestava la propaganda del potere nei giornali dei padroni e nella televisione di stato. La controinformazione dal compagno di lavoro Pautasso, del vicino di casa Fantozzi, della casalinga di Voghera testimone oculare, era la “vera” informazione. Oggi ognuno fabbrica la sua controinformazione, la alimenta di certezze che gli algoritmi dei social-media hanno recapitato nel suo piccolo schermo portatile, abilmente selezionate per confermarlo nei suoi pregiudizi, la riduce a frasi spezzettate soggetto-verbo-complemento (mi raccomando solo uno, sennò viene lungo), la posta e aspetta di contare i like. La «prevalenza del cretino» (onore a Fruttero e Lucentini!) non è da oggi che pervade la società. Ma X, Tik-Tok, Instagram, Snapchat, WhatsApp, e compagni, le hanno fornito un megafono mondiale, così come hanno fornito ad astuti manipolatori lo strumento invisibile – l’algoritmo – per gonfiarne le rane vanitose. Crediamo di esserne esenti perché non siamo su Facebook. Illusi! Le rane vanitose scrivono Newsletter e le distribuiscono via mail; i tweets dei politicanti (presidenti o peones), dei protagonisti o delle comparse nella galassia “people”, sono rincorsi da giornalisti poco seri, ma sempre più numerosi. Perché fare giornalismo dubitando e verificando è fatica.
Allora tocca a noi dubitare e verificare, con gli stessi piccoli riflessi quotidiani che ormai abbiamo imparato altrove. Per evitare truffe, non rispondiamo a messaggi di sconosciuti, non crediamo ai fishing che ci chiedono di cambiare la password della banca, siamo diffidenti con la telefonata della cugina che ha urgentemente bisogno di un prestito in contanti. Per risparmiare energia spegniamo le luci, lanciamo la lavatrice di notte, abbassiamo di un grado il riscaldamento, prendiamo il treno invece dell’auto. Impariamo a fare la stessa cosa con l’informazione. Dubitiamo, specialmente se ci segnala un fatto che sembra confermare esattamente quello che pensiamo. Verifichiamo, confrontando altre fonti. Ce ne sono, di serie, bisogna cercarle e incrociarle. Infine, aspettiamo, respiriamo due volte prima di reagire o diffondere. Domandiamoci se non siamo anche noi manipolati, se non diventiamo un pezzo della cinghia di trasmissione di fake-news.
In secondo luogo, dobbiamo essere esigenti. Particolarmente sull’applicazione del Regolamento europeo sui servizi digitali (noto come DSA, per Digital Services Act), lo strumento che l’Unione Europea si è data – prima area geopolitica al mondo – per regolare l’attività di intermediari e piattaforme online. «L’obiettivo principale [del DSA] è prevenire le attività illegali e dannose online e la diffusione di notizie false. Garantisce la sicurezza degli utenti, protegge i diritti fondamentali e crea un contesto equo e aperto per le piattaforme». Come? «Grazie alla supervisione delle piattaforme e all’applicazione armonizzata delle norme in tutta l’Unione Europea». In pratica la Commissione ha ora il potere di aprire un’inchiesta per verificare che i social network prendano le misure necessarie per limitare la «diffusione virale di contenuti illegali o nocivi». La prima procedura in questa direzione è in corso proprio ora con il caso TikTok-Romania. «La Commissione [ha ordinato] la conservazione di documenti e informazioni riguardanti qualsiasi violazione sistematica […] di TikTok rispetto alle norme che vietano la vendita delle funzionalità del servizio per la promozione di contenuti politici. L’ordine riguarda le elezioni nazionali in tutta l’Unione europea tra il 24 novembre 2024 e il 31 marzo 2025. L’ordine fa seguito alle informazioni ricevute dalla Commissione nel contesto delle elezioni rumene in corso, comprese le informazioni recentemente declassificate che indicano ingerenze straniere da parte della Russia». Chi ha informato la Commissione? Semplici cittadini, associazioni, partiti politici.
Cosa può fare ciascuno di noi? Il regolamento DSA impone agli Stati membri di mettere in opera «modalità semplici e chiare per segnalare contenuti, beni o servizi illegali su piattaforme online». Dunque, ogni cittadino europeo può denunciare «la manipolazione dei sistemi di suggerimento e l’abuso dei sistemi pubblicitari che comportano gravi rischi di disinformazione e diffusione di contenuti illeciti». In Italia tocca alla Polizia, e specificamente al servizio di Polizia Postale e delle Comunicazioni di raccogliere le nostre indicazioni, quando abbiamo il fondato sospetto (il dubbio dobbiamo averlo sempre, il sospetto deve essere fondato con altre fonti di fact-checking!) che un messaggio arrivato su uno dei nostri schermi contenga disinformazione o contenuti illeciti. Anche la Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM) ha un portale per segnalare una violazione a disposizione dei cittadini.
La guerra dell’informazione non fa morti o feriti sul campo di battaglia, ma molte più vittime e più a lungo. Se non la combattiamo tutti, la vince Elon Musk.







Dal basso qualcosa si muove. Milioni di utenti stanno lasciando X, il social tossico -così lo ha definito the Guardian- di Musk.
Meno efficace sinora è il regolamento europeo.
Troppo facile è annullare le elezioni in Romania, perché il candidato antiEuropa ha vinto al primo turno con l’aiuto di Tik Tok.
Sarà più difficile intervenire quando la combinazione Trump Musk Meloni giocherà la sua partita in GB Germania Francia. Per ora basta l’intesa con Meloni, per paralizzare la UE.
Hai ragione: la guerra dell’informazione va combattuta. Serve una guerra di posizione, per dirla con Gramsci. Ma non si vince se non si costruisce anche un’idea di futuro, più seducente dei fasti di Mar-a-Lago, meno usurata della tecnocrazia di Bruxelles Berlino e Parigi.