Dal 22 luglio sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli. Offriremo tuttavia tre volte alla settimana ai lettori una selezione di articoli già pubblicati sul mensile cartaceo nell’ultimo anno o poco più di pubblicazione (giugno 2023). Nei tre lunedì che precedono l’inizio della scuola, dal 19 agosto, riprenderemo il Registro di scuola che era stato interrotto a ottobre e il 30 agosto riprenderemo il commento al vangelo della domenica. Da lunedì 9 settembre tuttavia riprenderemo la regolare pubblicazione degli articoli. Buone vacanze!
Il 7 gennaio 2023 si è suicidato Lucas, un tredicenne di Epinal, nell’Est della Francia. Da un anno subiva ogni genere di angherie da parte dei suoi compagni di classe, per il suo modo di vestirsi, i suoi atteggiamenti effeminati, il suo modo di parlare, i suoi centri di interesse. Lucas non nascondeva di essere omosessuale, e per questo, a scuola e fuori, la sua vita è stata trasformata in un inferno. Venti giorni dopo il suicidio, il Procuratore della Repubblica ha annunciato l’apertura del processo contro quattro compagni di scuola (due maschi e due femmine) accusati di «persecuzione in ambito scolastico, per omofobia, fino a indurre al suicidio» della vittima. L’annuncio del processo ha trovato vasta eco per diversi motivi.
Il reato di «persecuzione scolastica»
È la prima volta che un Tribunale francese è chiamato a pronunciarsi sul reato di harcèlement scolaire (= persecuzione in ambito scolastico), introdotto dal novembre 2021 nel Codice penale. Fino a quella data, la scuola non faceva caso a parte nei diversi ambiti in cui potesse rilevarsi un reato di persecuzione morale. Ma dopo l’impennata, nel 2020 e 2021, dei casi di suicidio tra gli studenti, vittime dei loro compagni di scuola, la Francia ha deciso di dotarsi di una specifica tipologia di reato. La recrudescenza dei sucidi è in qualche modo legata ai periodi di confino per Covid. I bambini e gli adolescenti si sono trovati a passare la quasi integralità del loro tempo davanti a uno schermo (in prevalenza quello dello smartphone), non solo per seguire le lezioni, ma soprattutto per interagire con i coetanei. I pretesti e le occasioni di cyber-persecuzione sono stati moltiplicati in misura esponenziale, in una situazione di isolamento e solitudine, che ha troppo frequentemente portato al suicidio (seconda causa di morte tra i 15-24enni, durante il primo confino a marzo 2020!).
I quattro tredicenni, accusati di aver provocato il suicidio di Lucas, non subiranno nessuna pena. Infatti, la legge francese considera che i minori di 13 anni (come nel caso degli inquisiti, al momento dei fatti) non abbiano consapevolezza della conseguenza delle loro azioni. Nel caso invece di un 14-18enne le pene previste, per il delitto di persecuzione scolastica fino al suicidio, arrivano a 5 anni di reclusione; il doppio per un maggiorenne.
Il processo, dunque, ha lo scopo – come dichiarato dal Procuratore della Repubblica ‒ di provocare una presa di coscienza sul male irreparabile compiuto dagli imputati adolescenti, di sostanziare la responsabilità civile delle loro famiglie (con una probabile condanna a risarcimento), e di investigare eventuali mancanze tra il personale della scuola. Già nel settembre 2022, infatti, i genitori di Lucas avevano riferito ai docenti (nel corso del primo colloquio genitori-insegnanti del nuovo anno scolastico) la persecuzione di cui era vittima il figlio. Benché la direttrice della scuola abbia affermato di «aver preso molto sul serio la situazione», i fatti sembrano dimostrare il contrario.
Quest’ultimo aspetto darà sicuramente spazio a dibattiti e polemiche. Non è da ieri che il Ministero dell’Educazione Nazionale ha lanciato programmi per contrare il fenomeno; anzi è da quando, nel 2017, Brigitte Macron è diventata “Première Dame”: la lotta contro le discriminazioni nella scuola è stato l’impegno solenne da lei preso entrando all’Eliseo. Si è cominciato con un protocollo presentato a tutto il personale scolastico (Direzione, Amministrazione, Insegnanti, Ausiliari e responsabili delle attività di dopo-scuola) contenente azioni / comportamenti concreti e precisi, articolato in tre fasi: sensibilizzare gli alunni; individuare i segnali di persecuzione; convincere le vittime a parlare. Il protocollo mette anche a disposizione sei schede pratiche per cogliere i segnali deboli su una vittima (i/le compagni/e lo/la chiamano con un soprannome; preferisce stare in classe a leggere durante l’intervallo; arriva a scuola dopo gli altri; perde spesso / troppo le sue cose; ecc.). Successivamente sono stati creati due numeri telefonici gratuiti cui possono rivolgersi le vittime di persecuzione e di cyber-persecuzione. Dietro a quei numeri c’è un’équipe di specialisti/e delle violenze sui minori che accompagnano i minori lungo tutto il processo: prima a parlarne ai genitori; poi a far parlare i genitori della vittima con quelli degli/delle aggressori; successivamente a informare la Direzione della scuola; infine, se la persecuzione persiste, a rivolgersi alla Brigata dei Minori. L’ultima tappa della mobilitazione del Ministero dell’educazione ha coinvolto personale e studenti di tutte le scuole, per identificare dei referenti e degli ambasciatori. Sono referenti quegli adulti, che, dopo aver ricevuto una formazione specifica, diventano la persona da informare di una persecuzione, per agire e prevenire. Sono ambasciatori quegli studenti, che, appositamente sensibilizzati, sanno ascoltare, consigliare, accompagnare i loro coetanei, ma anche trasmettere informazioni al referente scolastico.
La delega educativa delle famiglie
Se nonostante tutto questo dispositivo, e il segnale d’allarme attivato dai genitori, Lucas si è suicidato, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Ma prima di mettere la scuola alla gogna, torniamo al punto di partenza, cioè alle le motivazioni del Procuratore della Repubblica nell’avviare il processo: primo, ovviamente, individuare con certezza i colpevoli; secondo, attraverso l’attivazione del risarcimento, ricordare ai genitori degli imputati che essi sono responsabili di fronte alla società delle azioni dei loro figli fino alla maggiore età; terzo, individuare le inadempienze del personale scolastico, che, nel caso di Lucas, era stato chiaramente informato della situazione.
Non è eccessivo pensare che forse l’obiettivo principale del Procuratore sia proprio quello di richiamare solennemente i genitori alla loro responsabilità sulle azioni dei figli minori, e farlo in maniera clamorosa, in un processo da cui gli imputati usciranno senza pene, ma non così i genitori. Era già successo due anni fa, in occasione dell’uccisione della quattordicenne Alisha da parte di due coetanei, che l’hanno picchiata e annegata nella Senna. Anche allora il Procuratore della Repubblica aveva ricordato ai parenti le conseguenze civili e penali della deresponsabilizzazione dal ruolo parentale. Se la Giustizia alza il tono sul tema, è perché non si tratta più di casi. Qui non funziona la spiegazione pietistica e benpensante della famiglia povera o immigrata o proletaria coi genitori troppo sfiniti per occuparsi dei figli. Qui siamo in piena classe media, di reddito in linea con la media francese e tasso di disoccupazione appena sotto la media nazionale. Siamo in piena cultura media, quella che «all’educazione dei figli ci deve pensare la scuola, perché per quello paghiamo le tasse, e la sera vogliamo rilassarci e non litigare con loro».
È questa cultura media, ultra-maggioritaria, interclassista (con l’eccezione delle élites) e interpartitica, che spinge la politica ad allargare sempre più l’ombrello dello Stato, a delegare alla scuola non solo la trasmissione di conoscenze, ma anche di competenze e infine di comportamenti. È una valanga che ormai si è messa in moto da decenni ed è illusorio pensare di farla rotolare indietro. Per chi, come me, è nato prima degli anni del boom, basta andare col ricordo ai primi anni di scuola. Certo che ce ne dicevamo e ce ne davamo a ogni piè sospinto dentro e fuori la scuola, con la serena certezza che, appena se ne fossero accorti, le avremmo buscate sia dagli insegnanti che dai genitori. Ma non ricordo casi di suicidio, di anoressia o di depressione. Erano tempi diversi da questi, non si torna indietro. Ma è necessario prendere coscienza che il processo democratico-istituzionale è implacabile: una mentalità maggioritaria («all’educazione dei figli ci deve provvedere la scuola») si trasforma in indirizzo politico, e successivamente in circolari ministeriali.
Mettere in discussione i programmi
Allora perché quanto messo in opera dal Ministero dell’educazione non ha evitato il dramma a Epinal nel caso Lucas (dispositivo contro la persecuzione scolastica)? E neanche nel caso del professor Paty a Conflans-Sainte-Honorine (dispositivo sull’insegnamento della libertà d’espressione)? Purtroppo la lista completa sarebbe lunga… Tra le spiegazioni che circolano in ambiente scolastico, due ritornano più frequentemente: gli insegnanti non sono abbastanza formati, e le ore disponibili per queste discipline sono troppo poche. Entrambi gli argomenti esplicitano un disequilibrio. Cosa sono infatti gli otto giorni di formazione insegnanti del programma pHARe (= programme de lutte contre le HARcèlement à l’école) o le diciotto ore annuali del programma di educazione civica nei collèges et lycées? Sembra abbastanza evidente che, di fronte ai cinque anni di studi universitari richiesti per diventare insegnante di collège, gli otto giorni di formazione per reagire ad un caso di persecuzione scolastica sono presto dimenticati come una goccia nel mare. Così come 18 ore annuali di educazione civica non possono lasciare tracce significative nell’apprendimento di allievi che passano in classe 30 ore settimanali di materie curriculari (26 obbligatorie + 2/4 facoltative). Per non parlare poi dell’ossessione dei docenti di terminare il programma annuale, sulla cui conoscenza da parte degli studenti si concentra la valutazione dell’Inspecteur de l’Education Nationale.
La scuola, dunque, si trova coi piedi al bordo di un baratro: di fronte ha la folla delle famiglie che le hanno gettato sulle braccia l’intera educazione dei figli; in alto la pressione dell’Istituzione ministeriale che l’innaffia di programmi supplementari; appeso alle spalle uno zaino pesantissimo di nozioni apprese in lunghi anni e da trasmettere in ore interminabili. Senza il coraggio di guardare in faccia la realtà e di operare delle scelte in rottura con la tradizione, la caduta nel baratro è inevitabile.
Di fronte alla delega educativa operata dalle famiglie è ormai necessario costruire un inedito equilibrio didattico tra “sapere” e “saper essere”. La scuola attuale è nata in un’epoca in cui la trasmissione dei valori avveniva in famiglia, e lo Stato garantiva la trasmissione omogenea delle conoscenze. Oggi sono delegati all’istituzione scolastica non solo i valori civici, ma anche quelli dell’etica individuale o persino la semplice consapevolezza di sé, tanto fisiologica quanto psichica. Ma il tempo dedicato a questa formazione valoriale è infinitesimo, rispetto a quello dedicato alla trasmissione di un sapere tendenzialmente enciclopedico. È venuto il momento di mettere profondamente in discussione i programmi scolastici, di avere il coraggio di tagliare a fondo nelle materie attuali per dare uguale spazio e peso a quelle che costruiscono il “saper essere” (per es. doveri e diritti, educazione alla salute, alla sessualità, all’alimentazione, mezzi di comunicazione e nuovi media, economia, ecc.).
È un dibattito da affrontare senza tabù, che implica una riflessione collettiva circa il minimo comun denominatore della convivenza civile nelle nostre nazioni democratiche. Ma che richiede anche un prudente discernimento su quanto lo Stato debba tirare a sé il cursore del monopolio educativo, alla luce delle esperienze dei totalitarismi passati e presenti.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 498 del foglio (marzo 2023)






