In questo momento il mondo è minacciato, l’umanità è minacciata. Pensare è la cosa più importante, più ancora che reggere la pressione immediata delle violenze e delle parole. Il dolore, l’offesa, la minaccia, impegnano direttamente il pensiero. Non basta denunciare gli interessi finanziari privati che spingono gli Stati alle armi, se non avviene «il risveglio delle coscienze e il pensiero critico» (Papa Leone, messaggio per la Giornata della Pace, 1 gennaio 2026).

Mi dispiace per chi è sicuro, ma con le armi non si difende la pace, ma si incentiva la guerra. La difesa armata conferma l’attacco armato. È questo il punto su cui va fatta la rivoluzione mentale antropologica. I saggi lo stanno dicendo, i concorrenti e dipendenti dal potere (che è il rovescio della vera politica) non sanno capire.

Riprendo qui alcune riflessioni di filosofia della pace, cioè di difesa della vita, proposte dal filosofo Roberto Mancini (Università di Macerata) nel libro di Mancini e Salvarani, Oltre la guerra. Le vie della pace tra teologia e filosofia (Effatà 2023), nel capitolo Oltre il mito della guerra giusta (pp. 91-96). La filosofia della pace non è un’idealizzazione, ma è vedere meglio, vedere più veramente.

Ci chiediamo: mentre i potenti «servitori della morte» sono «devoti alla guerra», è ancora possibile una guarigione del mondo umano, che sta facendo male a se stesso? Sembra che la parola pace evochi solo una tregua, e significhi una chimera, irrealizzabile nella storia, un’idea astratta, da chiedere soltanto a Dio. La guerra si dichiara sempre «giusta», come legittima difesa da un’offesa, ma è sempre distruzione e infelicità, non è vera difesa: lo vediamo platealmente, ma non riusciamo a capirlo insieme.

La Resistenza e la Costituzione

Si cita la Resistenza al nazifascismo come esempio di guerra giusta. Ma sorse quattro anni dopo l’inizio della guerra, cercando una via per uscirne. Fu una difesa popolare, che usò anche le armi, ma fu anzitutto un risveglio della coscienza nazionale (afferma Ercole Ongaro), un’azione etica, culturale, politica, educativa: pensiamo, per esempio, al “maternage” documentato da Anna Bravo, e alle tante azioni clandestine e coraggiose di protezione degli ebrei perseguitati. Come dimostrano le lettere dei partigiani condannati a morte, la Resistenza fu soprattutto un ideale collaborativo di giustizia e pace, di fondazione della democrazia, di universalismo umano. Non fu una “guerra giusta”. Chi oggi vuole giustificare la guerra non può allegare la Resistenza come un modello.

Fu un’iniziativa civile, di volontari. È vero che l’uso delle armi incrudelisce gli uomini, come vidi io stesso da bambino in un episodio di ingiustificabile uccisione di tre soldati tedeschi disarmati, a guerra finita (ne ho scritto molte volte), ma non fu questa la caratteristica della Resistenza: non era un esercito, non c’era l’obbligo delle armi (come argomentò più volte Lidia Menapace, partigiana). Allora non si conoscevano abbastanza teoria e prassi della lotta nonviolenta gandhiana, ma molte azioni della Resistenza praticarono di fatto la forza nonviolenta.

E la vittoria militare su Hitler fu vittoria sulla guerra e la barbarie, o nuovo alimento ad esse, con nuovi strumenti materiali e mentali? (cfr. La nuova barbarie: tendenze naziste oggi in Giuliano Pontara, L’antibarbarie, Ediz. Gruppo Abele 2019, pp. 26-63 e 313-325).

La nostra Costituzione (art. 11) è celebrata come pacifista, però il testo non ripudia la guerra come tale, ma solo come «strumento di risoluzione delle controversie internazionali». Infatti, nell’art. 52, prevede come «sacro dovere» del cittadino la difesa della Patria: dal seguito si intende «con le armi», cioè ammette una guerra «giusta», e anzi «sacra» (aggettivo che compare solo in questo punto della Costituzione). E l’art. 78 dice che «le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari». Altro che ripudiare! Certo, la Costituzione compie un passo nella cultura di pace, ma non si libera dalla capacità di guerra.

Nei decenni successivi, con l’adesione alla Nato, con azioni militari fuori dalla Patria, l’Italia ha eluso gli artt. 11 e 52, senza discuterne la modifica. La mentalità di guerra è permanente nella cultura politica: nel 1999, il primo comunista Presidente del Consiglio, affermò: «Per dimostrare di saper governare bisogna dimostrare anche di saper fare la guerra». Governo implica guerra, all’occasione. E aerei italiani bombardarono Belgrado.

Filosofia della guerra

La filosofia della nonviolenza è una filosofia politica pratica, con esperienze storiche efficaci, ancora estranee alla cultura politica italiana. Mancini la definisce una filosofia di pace ancora “aliena, apolide”, spesso anche nei contesti cattolici.

La mentalità corrente afferma passivamente l’inevitabilità della guerra (vista, in certi casi, come obbligo di giustizia) insieme all’impossibilità della pace effettiva, perché tutta l’umanità ne sarebbe incapace. Si tratta di un tenace e diffuso pregiudizio ideologico, con radici profonde.

La mentalità corrente non ha dubbi: non è possibile liberarci dalla guerra! Fa appello alla «natura umana»: essa comporterebbe una inclinazione naturale alla aggressione e distruttività. Si toglie ogni dubbio sulla naturalezza della guerra, fino a dichiararla giusta (e persino santa), quando, dal nostro punto di vista, una reazione bellica appare necessaria, unica possibilità di difesa e di affermazione. La guerra appare indiscutibile (e come tale accettata da molti) quando la situazione è valutata dal punto di vista di chi è al potere, e quindi porta argomenti istituzionali, irrinunciabili.

È ciò che accade oggi di fronte all’aggressione – certamente ingiusta – della Russia all’Ucraina. Per la mentalità convenzionale il discorso finisce qui: lo Stato aggredito ha diritto di rispondere con le armi. Guerra produce guerra: non c’è altro! È giusto, perciò, aiutare con le armi il Paese aggredito! Si vede la questione soltanto come pratica e organizzativa. E subito si moltiplicano armi, sangue, distruzione, e si aprono pericoli più vasti. Forse questa è “politica”, arte umana di vivere insieme nella diversità? È impossibile una politica pacifica, pur nelle differenze tese? La malvagità naturale umana porta a conflitti che solo la forza può decidere, col premiare non la ragione e il diritto, ma la distruttività?

Istituzione suprema della società in guerra diventa la produzione di armi, intoccabile, a costo di ogni riduzione vitale e a vantaggio del profitto capitalistico. L’autorità politica diviene indiscutibile: la critica, l’obiezione di coscienza e la diserzione sono sabotaggio e tradimento, puniti anche gravemente. La società civile, fra paura e aggressività, si cementifica, e le relazioni, la cultura, l’arte, sono compresse e ridotte a strumenti della guerra: vale solo ciò che serve alla guerra, vietato dubitare. Non cultura, ma censura. La società degli esseri umani diviene (tende a divenire) una massa di numeri, di pezzi in “uniforme”, da opporre e sovrapporre al nemico (anch’esso fatto di esseri umani mascherati nelle armi), da colpire, ferire, distruggere. Dov’è un maggiore fallimento umano? Che cosa ci disumanizza più della guerra, nell’intimo nostro, e nella relazione con gli altri, chiunque siano?

Chiedere di più

Eppure (torniamo a leggere Mancini), nel pensiero convenzionale ci sono frammenti di verità. È giusto che l’aggredito possa difendersi. È un diritto e anche un dovere verso i consociati. Ma se continuiamo la riflessione realistica, dobbiamo guardare e chiedere di più: le guerre derivano davvero dalla natura umana? Che cosa prepara le aggressioni, e relative guerre “giuste” di difesa? Abbiamo alternative al degenerare dei conflitti in guerre? I conflitti sono differenze difficili, ma anche arricchenti: non sono necessariamente guerre. E, nel caso, la guerra è l’unica risposta alla guerra? La difesa da un’aggressione tra stati perché è così differente dalla difesa nelle aggressioni personali? Perché io, se uccido, sono giudicato come criminale, e lo Stato si attrezza abbondantemente e con impegno e spese per uccidere nella guerra più persone umane dell’avversario? Lo Stato ha il «monopolio della violenza»: in che senso, e fino a che punto? La vita umana vale diversamente se è di qua o di là dal fiume-confine (Pascal, Pensieri, 293)? La “sovranità” dello Stato, che non riconosce legge superiore, è soltanto la giusta autonomia di un popolo che si autogoverna, o è in realtà «belligena», generatrice di guerra (come denunciava Antonio Papisca, 1936-2017). I confini tra stati sono tracce sul terreno che tutelano vite, costumi, culture, proprietà, autonomie di ogni popolo, come le nostre porte di casa, oppure sono usate come separazioni e opposizioni, in un mondo tuttavia sempre più unito per fenomeni ambientali, comunicativi, relazionali, in una sorte unica indivisibile dell’intera umanità? Eventuali contese territoriali devono essere sempre esclusive, o non si possono istituire amministrazioni condivise fra più stati, lingue, culture, come avviene pacificamente in alcuni rari casi? Costa di più convivere o con-uccidersi? Le contese umane devono essere infelici stoltezze o piuttosto occasioni di scambi umani che possono arricchire le relazioni? Vediamo che, nei conflitti, se ambo le parti cedono qualcosa della loro piena pretesa, guadagnano più benessere comune che con la vittoria violenta? L’uomo si va umanizzando o regredisce? L’umanità conosce se stessa e le sue possibilità, oltre le conquiste di spazi e di oggetti e tecniche? Siamo più felici (e intelligenti) lottando tra noi per sopraffarci, o vivendo insieme nelle differenze?

Abbiamo il dovere di pensare su queste e tante altre simili domande, se vogliamo semplicemente vivere. Ma vogliamo?