Poco più di un mese fa (il 6 novembre scorso) è deceduto lo statunitense James Watson che, col collega inglese Francis Crick, ha individuato la struttura a doppia elica del Dna, nel famoso articolo su Nature del 1953, un raro esempio di concisione (due paginette striminzite) e modestia anti-spettacolare. L’articoletto si conclude con: «Non è sfuggito agli autori che [quanto detto sopra] costituisca una spiegazione del suo meccanismo di duplicazione». Nel Dna infatti, costituito dalle 4 basi azotate [Adenina (A), Timina (T), Guanina (G), Citosina (C)], la A ad es. della prima elica è sempre agganciata ad una T della seconda (e viceversa; sono complementari), e così pure la G con la C; in una ovvia struttura tridimensionale che permette l’incastro. La A è come una chiave che s’infila solo nella sua complementare serratura T, non nelle altre due.
È chiara la replicazione: la duplice elica si separa in due filamenti singoli (F1 e F2): se nel primo F1 c’è la A il sistema vi aggancia in automatico una T (riformando una doppia elica), e alla T del F2 appaia una A (così pure per la G e la C); si ottiene così una duplice copia del medesimo Dna.
Digitale e algoritmico. Il Dna viene letto (dal Rna messaggero) a triplette o codoni: ad es. la tripletta ACG designa l’amminoacido treonina [un codone = un amminoacido: ciò è diventato chiaro a Crick e Watson 4 anni dopo, nel 1957]. Il codice è alfa-numerico: le 4 basi azotate sono equiparabili a 4 lettere (A, T, G, C) o a 4 cifre (1, 2, 3, 4), o all’alfabeto-codice Morse [che però ha solo due segnali: punto e linea; basta un binomio (come lo 0 e 1 nei pc) per avere un linguaggio soddisfacente], risultando quindi digitale-algoritmico. Infatti, per quanto ne sappiamo, non v’è alcuna correlazione-corrispondenza di forma, somiglianza (o altro) fra un codone e il suo amminoacido, che appare totalmente arbitraria-convenzionale. Con 4 segni [che si succedono tutti attaccati senza stacchi, nel linguaggio dei genetisti “senza virgola”, ma io le metto per maggior chiarezza] sono possibili ben 64 (4 al cubo) triplette, ad es. ATG (1, 2, 3), GTA (3, 2, 1), CAG (4, 1, 3) ecc., che designano tre successivi amminoacidi: rispettivamente metionina, valina, glutammina. A fronte del fatto che gli amminoacidi siano solo 20 (o 21), il codice è stato quindi ridondante con 64 possibili combinazioni, per cui più triplette diverse codificano il medesimo amminoacido riducendo gli errori: lo sbaglio nella terza base della tripletta è innocuo; problemi seri invece nella seconda, mentre lo svarione nella prima può essere devastante; cfr. l’appendice tecnica].
Abbiamo pure un paio di triplette per segnalare l’inizio e la fine del gene, nel bel mezzo della lunga serie delle basi nel Dna non codificante per le proteine (sembra non servire a nulla), quindi chiamato anche “spazzatura”, ma non la è.
Mentre i geni normali (che si permettono di vivere) sono pressoché uguali in tutti, nelle inchieste giudiziarie serve soprattutto il Dna “spazzatura”, nelle sue lunghe e incredibilmente ripetute sequenze, ma soprattutto diverse in persone geneticamente distanti, tuttavia specifiche di un determinato gruppo-ceppo familiare, non di un soggetto individuale [se il colpevole non è il sospettato, potrebbe esserlo suo padre, nonno, fratello…]. Secondo una delle ultime perizie (4 dicembre 2025) il Dna sotto (o sopra?) le unghie della povera Chiara Poggi sembra compatibile con la linea genetica maschile della famiglia di Sempio. Ma non mi pronuncio sul caso di Garlasco, poiché complesso e “pasticciato” sin dall’inizio. Mi preme invece ricordare che la cosiddetta (polizia) Scientifica è stata inventata in Italia un secolo fa da Salvatore Ottolenghi (1881-1934), il piemontese re dei criminologi che fece scuola nel mondo intero. Fu lui a risolvere il caso del famoso smemorato di Collegno, e soprattutto furono alcuni investigatori, da lui formati, a scoprire gli assassini di Giacomo Matteotti; lo stesso Ottolenghi, pur subendo fortissime pressioni politiche perché li sconfessasse, tenne duro a difesa della verità, rischiando molto perché era pure ebreo.
La tecnofobia. Parecchi cultori delle scienze dello spirito disprezzano gli algoritmi e la relativa tecnica: tecnofobici lo sono stati anche illustri filosofi, da Platone (che nel Fedro aveva criticato la pericolosa techne della scrittura in quanto avrebbe indebolito la memoria umana) ad Heidegger. Ciò accade perché si è più propensi a scaricare sugli strumenti, e non sulle scelte socio-politiche e culturali che vi stanno dietro, la responsabilità della nostra complicata crisi. Ma non è più possibile pensare la natura umana come slegata dalla tecnica, cercando di arretrare a uno stato di purezza edenica incontaminata dalla tecnologia.
Nel corso dell’evoluzione la nostra specie si è avvalsa di utensili e strumenti sempre più raffinati, dalla pietra focaia alla scrittura, alle protesi sino allo smartphone, tablet ecc. [che fra l’altro ci svincolano da un luogo specifico come un tempo la biblioteca o la sala tv, essendo disponibili sempre e dovunque sui nostri apparati digitali].
Si asserisce con ragione che la mente umana, con le sue funzioni del pensiero e del linguaggio, non sia algoritmica, ma lo è il suo supporto bio-chimico: lesioni alla corteccia pre-frontale offuscano il pensiero, e le disfunzioni nell’area di Broca compromettono il linguaggio.
Riprendiamo la tesi acuta di Hans Jonas, già espressa qui nel blog il 23 maggio 2025 dal titolo La mente è riducibile al cervello? : «La vita distingue la propria identità da quella della sua temporanea materia [che varia incessantemente in quanto sostituiamo tutte le nostre cellule, tessuti ed enzimi: la mia mano e il mio cuore di oggi non sono materialmente quelli di un paio di mesi fa]. L’elemento materiale si risolve in un substrato sempre cangiante. La vita è distacco, elevazione, uscita, tramite l’emancipazione della forma per mezzo del metabolismo, dall’identità immediata con la materia, di cui permane tuttavia bisognosa».
Se già la vita (anche animale) è un primo stacco, con la mente-intelligenza abbiamo un secondo più incisivo distacco dal necessario supporto metabolico. Certo la coscienza e il nostro ego non consistono di molecole di proteine; si parla spesso a tale proposito di sopravvenienza-emergenza: le funzioni superiori intelligenti sopravvengono, emergono da quelle sottostanti della chimica organica del carbonio.
Un esempio semplice: non si può sostenere che una singola molecola d’acqua sia liquida, ma da un insieme di tali molecole emerge la sua liquidità, che è una condizione indispensabile del nostro tipo di vita.
Una sensibilità al silicio? Dati i miliardi di miliardi di pianeti, è possibile che si sia sviluppata in un universo di 13 miliardi di anni-luce un tipo di vita diverso dal nostro, basato sui “metalli” [con questo termine si intendono tutti gli elementi chimici della scala-tavola di Mendeleev superiori al carbonio per numero di protoni (l’atomo di carbonio ne ha 6), diciamo dai 10 protomi in su, ad es. sul silicio (14 protoni nel nucleo atomico)].
Per quanto concerne l’intelligenza artificiale, al di sotto dei programmi informatici (software), non so bene da cosa sia costituito l’hardware nell’IA: presumo da circuiti e microchips digitali di “silicati” o metalli affini.
Una IA di stampo “vegetativo”? Certo l’IA [i cui algoritmi stanno diventando indispensabili ai radiologi per le immagini degli esami diagnostici (TAC, RM, PET..)] ricorda, segnala (decide) e comunica; ma questo (secondo studi recenti) lo fanno anche le piante: tuttavia non è giustificato considerarle dotate di intenzionalità e personalità individuale. Provano dolore quando la grandine si abbatte sulle foglie, o gioia all’arrivo di un insetto impollinatore? Non possiamo (oggi) trarre conclusioni, e nemmeno per l’IA.
Esistono insormontabili divergenze tra gli scienziati-filosofi se la mente sia riducibile al cervello oppure no. Ma tutti sono d’accordo che per avere una mente ci vuole un cervello evoluto come substrato, con un’eventuale fioritura vitale… al silicio.
Resta il fatto che la natura ha “inventato” il digitale (super-miniaturizzato coi 6 miliardi di basi in ogni cellula) milioni di anni prima di noi, in una convenzionale modalità “artificiale” con un “arbitrario” codice alfabetico, sino al punto che nel Dna-Rna è codificata l’istruzione algoritmica (quasi discorsiva): «Fai questo a quello».
Appendice tecnica
È evidente che la delezione di una base (o un suo raddoppio ingiustificato) sfalsa drammaticamente le triplette seguenti; nel nostro esempio fatto sopra, con l’eventuale assenza della A iniziale [A]TG GTA CAG, leggendo a partire dalla T l’Rna trascrive TGG (l’errato triptofano) e poi TAC (la tirosina anziché la valina), entrambi sbagliati (più quelli che seguono a cascata), compromettendo inesorabilmente la proteina sintetizzata.
Abbiamo sottolineato la ridondanza del codice: ad es. il codone più consueto per l’arginina è AGG, ma anche CGG (con la variante della C, pericolosa all’inizio) è una seconda tripletta alternativa che codifica anch’essa correttamente l’arginina scongiurando guai seri.
Disgraziatamente la compensazione non avviene sempre, in particolare per parecchie malattie come le anemie; in esse il corretto acido glutammico GAG è purtroppo sostituito dalla glicina (GGG, grave errore nella seconda base), o ancor peggio dalla lisina (AAG, erroraccio micidiale in prima posizione), la quale fra l’altro spezza drammaticamente in due la catena polipeptidica (nel settore 4) dell’emoglobina.
L’anemia falciforme era diffusa soprattutto in Sud-Italia, proveniente dall’Africa, con la sua devastazione dei globuli rossi deformati a mezzaluna (a falce), che la selezione naturale ha in parte conservato perché proteggeva dalla malaria gli individui portatori del gene responsabile allo stato eterozigote. La falciforme è dovuta ad un paio di “lettere sbagliate” in un’enciclopedia (il Dna) di centinaia di volumi!






