Facciamo il punto sull’ordinazione delle donne nella chiesa cattolica / 2
Proseguo la sintesi del libretto Senza impedimenti. Le donne e il ministero ordinato, efficace presentazione delle questioni in gioco sull’accesso delle donne al ministero (qui la prima parte), nella sua seconda parte in cui affronta le sintesi ecclesiologica, teologica e sistematica affidate alle note penne di Serena Noceti, Luca Castiglioni e Andrea Grillo.
Il contributo ecclesiologico di Noceti ricostruisce la recezione dei testi magisteriali che hanno bloccato l’accesso delle donne al ministero, a partire dall’assunto che «le motivazioni addotte non sono più quelle tradizionali […] colte nella debolezza ontologica del sesso femminile, in una naturale inferiorità dovuta alla debolezza fisica, intellettuale, emotiva, delle donne che le rende più facili alla tentazione e inclini al peccato, e che definisce il loro status di subordinazione rispetto agli uomini e l’impossibilità di assumere ed esercitare ruoli di autorità nella società e nella chiesa» (p. 100). Dopo aver acquisito lo slittamento delle argomentazioni, la definizione magisteriale di «prassi ininterrotta» pare quindi poco sostenibile, tanto più dopo la reinterpretazione del ministero operata dal concilio Vaticano II. Risulta allora sempre più stridente il ritorno alla terminologia sacramentale della formula «agere in persona Christi», in contrasto con quanto il concilio aveva precisato, superando la visione tridentina a favore del passaggio alle tre funzioni (sacerdotale, pastorale ed evangelizzatrice), che apre a una pluriministerialità ecclesiale, anche utile a superare una logica gerarchizzante e sacralizzata che isola il ministro come uomo del sacro. È in questo quadro rinnovato che si è potuto ridare vita al diaconato, come grado autonomo e permanente (rispetto al percorso presbiterale di cui continua a rappresentare un passaggio) di un ministero non ad sacerdotium sed ad ministerium, che di conseguenza permetterebbe di riconoscere il ruolo che tante donne nel mondo già svolgono a servizio delle proprie comunità (come ha ricordato il sinodo per la regione pan-amazzonica).
La perlustrazione teologico-dogmatica di Castiglioni, allievo del già citato Theobald, parte segnalando il fuoco di fila di documenti sul tema che il magistero ecclesiale ha prodotto dal 1967 (anno in cui è stato appunto reistituito il diaconato permanente, riservato al sesso maschile senza ulteriori spiegazioni), fino al recente sinodo. Passaggio indispensabile per la questione restano comunque la dichiarazione Inter insigniores (1976) della Congregazione per la dottrina della fede, che sostiene come la chiesa non si consideri autorizzata ad ammettere le donne, per fedeltà all’esempio di Gesù, e la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (del 1994, pubblicata due mesi dopo l’ordinazione delle prime due presbitere nella chiesa anglicana), che non offre motivazioni ma conferisce all’esclusione un valore magisteriale molto alto. Secondo l’autore, si è trattato di un modo per mettere a tacere il vivace dibattito che andava animandosi in quegli anni con un argomento di autorità: «il papa non si è impegnato in una definizione dogmatica (infallibile e irreformabile) […], ma ha chiesto a tutti i credenti di accoglierla in maniera definitiva» (p. 139). Il testo non risolve i dubbi e soprattutto ne solleva numerosi altri con la successiva pubblicazione di Ad tuendam fidem,motu proprio di Giovanni Paolo II in difesa della fede contro gli errori, in cui si richiede l’assenso di fede alle verità proposte dal magistero. Naturalmente neppure tale approccio risulta soddisfacente: com’è possibile infatti imporre un assenso di fede, il quale richiede sempre anche l’assenso dell’intelligenza, quando non sono acquisibili le evidenze che potrebbero convincere? Quando la fede ha smesso di essere «rendere ragione della speranza che è in noi» (1Pt 3,15)?
Castiglioni procede nella confutazione degli argomenti magisteriali, con il tema della «naturale rassomiglianza» mediante alcuni interrogativi cruciali: quale valore salvifico va attribuito alla maschilità del Cristo? E tale maschilità sarebbe ancora presente nel suo corpo risorto? Quale contraddizione al piano universale di salvezza rappresenterebbe l’ordinazione delle donne? È l’immagine di Cristo o l’immagine di Gesù di Nazareth a essere costitutiva della rappresentazione sacramentale? Il ministro ordinato è chiamato a rappresentare Cristo o a essere a servizio della sua presenza? In breve, secondo il teologo, la riserva maschile mina la credibilità della chiesa agli occhi del mondo e degli stessi credenti, che non possono non percepirne tutta la contraddittorietà e scandalosità.
L’ultimo capitolo presenta la sintesi sistematica di Grillo, che sceglie di fondare la propria riflessione a partire dalla comprensione del passaggio culturale e sociale fornita da Charles Taylor, che distingue la società dell’onore premoderna dall’attuale società della dignità: se la prima era fondata sull’autorità, la seconda si fonda su eguaglianza e libertà. A questo va aggiunto il grande cambiamento rappresentato dall’ingresso autorevole della donna nello spazio pubblico, che era stato già riconosciuto come segno dei tempi nel 1963 da Giovanni XXIII in Pacem in terris: «viene a noi un fatto a tutti noto, e cioè l’ingresso della donna nella vita pubblica […] Nella donna, infatti, diviene sempre più chiara e operante la coscienza della propria dignità. Sa di non poter permettere di essere considerata e trattata come strumento; esige di essere considerata come persona, tanto nell’ambito della vita domestica che in quello della vita pubblica».
Se nella società dell’onore le distinzioni (tra Dio e uomo, tra uomo e donna, tra chierici e laici) servivano a fondare l’autorità, Tommaso d’Aquino aveva di conseguenza teorizzato gli impedimenti all’ordine sacro tra coloro che non sono soggetti di autorità: le donne, gli schiavi, gli incapaci, i figli naturali, i condannati per omicidio, i disabili. Poiché con il decadere della società dell’onore, gli argomenti classici entrano in crisi, e di fronte alla constatazione dell’ingresso autorevole della donna nello spazio pubblico, la «riserva maschile» richiede altri argomenti. Il magistero ricorre così alla simbolica di Cristo-sposo (e la chiesa-sposa come sarebbe rappresentata?) e all’argomento fisicista della rassomiglianza di genere tra Cristo e il ministro. L’evidente debolezza delle ragioni proposte e l’inconcludenza dei pochi chiarimenti forniti (di cui qui non si può dar conto in modo esauriente), danno l’impressione della necessità di chiudere una questione scottante, percepita come insidiosa, con una teologia di autorità in cui l’eventuale dissenso doveva restare in silenzio. La deriva autoritaria offre una ben triste immagine di chiesa arroccata in posizione difensiva, mentre la teologia segue la linea tracciata dal concilio Vaticano II che apre lo spazio alla riflessione sulla vocazione universale al ministero, a cui sono chiamati tutti i battezzati. Una vocazione che si fonda su una cultura antropologica nuova, che struttura la logica dell’incarnazione.
Nella foto: la vescova della chiesa di Svezia Antje Jackelén (a sinistra) in compagnia della collega Eva Nordung Byström.






