Commento alle letture: Osea 6,3-6; Matteo 9,9-13; Gv 6,51-58

In passato la festa del Corpus Domini era celebrata il giovedì dopo la Trinità (quest’anno sarebbe il 4 giugno), ma da 50 anni è spostata alla domenica seguente, per cui purtroppo “saltano” le letture molto importanti della X domenica ordinaria: Osea 6,3-6; Matteo 9,9-13. Le commentiamo insieme, compreso il vangelo giovanneo del Corpus Domini (Gv 6,51-58), perché sono strettamente collegate. In ogni caso all’eucarestia abbiamo già dedicato tre articoli: Il vangelo del Giovedì Santo, Il vangelo del Corpus Domini e Solo il pane è sacramentale.

«Misericordia io voglio, e non sacrifici». Gesù si ferma a pranzo nella casa, si suppone quella di Levi (di cui parleremo diffusamente domenica prossima a proposito dell’istituzione dei 12) coi suoi amici pubblicani, considerati impuri e peccatori dai farisei/scribi/sacerdoti. Non è detto che lo fossero, ma tali erano ritenuti, disprezzati, biasimati. Ciò tuttavia basta per inserire il detto di Q; «Non sono i sani ma i malati che hanno bisogno del medico; non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori». Esso costituisce un buon input per la citazione di Osea centrata sul termine “misericordia”, in prima battuta agganciato coi peccatori.

Ma Osea, senza escludere il perdono dei peccati (marginale), è più pregnante. L’evangelista lo cita nella versione dei LXX, in cui ricorre eleos, che in greco certo significa in primis misericordia-compassione. Esso non è scorretto ma limitato, col rischio di essere frainteso in una generica pietà da elemosina per un disperato o nei confronti di un malato. In ebraico infatti abbiamo hesed (o khesed a seconda delle traslitterazioni), che è parecchio di più. È certo l’atteggiamento compassionevole di soccorso nei confronti dei bisognosi, ma è in prima istanza fedeltà all’alleanza (quindi giustizia), conversione del cuore, benevolenza, bontà, solidarietà, ossia amore incondizionato; la versione CEI di Osea 6,6 giustamente suona: «voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti». Non sono le fatiche, le rinunce, i fioretti, bensì si tratta dei sacrifici cruenti di animali sgozzati nel Tempio, ossia tutta l’economia sacrale immolatoria. Se Osea e Gesù parlassero oggi, potrebbero dire: voglio il soccorso per i bisognosi (migranti, poveri…) e non l’osservanza rigida di regole e riti esteriori − come le processioni col baldacchino e l’ostensorio dai raggi dorati per il Corpus Domini.

Ricaduta nel paganesimo? Sfogliando l’album del passato abbiamo costruito cattedrali e santuari assorbendo dal paganesimo termini come basilica e curia, che nella Roma antica erano tribunali o luoghi di riunione (vicino ai mercati). Sono pagani i termini culto, rito, pietas, che indicano appunto la pietà reverenziale dovuta a Dio che si esprimeva soprattutto nel culto, l’essenza della religione per l’uomo greco-romano. I cristiani delle origini disprezzavano i templi (come fosse per seppellirci i morti), i posti d’onore e la porpora (sic), ridendo dei santi sacrifici. Essi hanno evitato il termine sacrale di “ara” (e pure quello di “sacerdote”), scegliendo quello allora laico di “altare”. Ma poi siamo ricaduti nel paganesimo, sino al punto di paragonare l’autorità della Sibilla con quella dei profeti. Si è via via assimilato il concetto di sacerdozio con la sacralizzazione del presbiterato.

La nuova Alleanza senza sangue. Il Luca originario non sa nulla del sangue perché egli possiede solo il manoscritto del Marco II in cui esso non compare ancora. Per Luca abbiamo la testimonianza inconfutabile dei manoscritti (cfr. l’appendice tecnica). 

Per Mc 14,23-25 invece utilizziamo il raziocinio perché il sangue è stato inserito in modo maldestro dal Marco III in 14,24: originariamente infatti dopo il «Ne bevvero tutti» (23) seguiva con logica cristallina il detto escatologico (25) sul non berlo più. Non si regge che Gesù dica «questo è il mio sangue» dopo che il vino non è più sul tavolo ma già… nell’esofago dei discepoli. Mi è stato rinfacciato che questa è un’osservazione un po’ troppo razionale-occidentale; ma cosi non è, perché Matteo 26,27s (che conosce il Marco III, il testo in nostro possesso da cui trascrive) ha visto l’inghippo aggiustandolo col discorso diretto: «Bevetene tutti, questo è il mio sangue…», col vino sensatamente ancora presente nel calice sulla tavola.

È successo lo stesso rimaneggiamento nel vangelo odierno di Gv 6,51-58.

Il redattore ecclesiale (R2, autore della 2ª edizione del vangelo intorno al 140 d. C.; di cui abbiamo già parlato varie volte) non ha ritenuto opportuno (giustamente) fare aggiunte nell’ultima cena in cui non c’è il racconto dell’istituzione [se è stata così importante perché il quarto vangelo la ignora?]), ma ha preferito ampliare il discorso sul pane di vita con una rilettura da banchetto misterico per appropriarsi delle potenti energie della divinità.

Fino a Gv 6,51b («se uno mangia di questo pane vivrà in eterno») è opera del primo grande evangelista (1ª edizione intorno al 100/110, in cui mangiare il pane di vita significa «credere in Gesù»: la fede e non ancora il sacramento (c’è una dialettica tra fede e sacramenti nel quarto vangelo), uno stare-essere con lui («chi viene a me non avrà più fame»), alimentarsi, nutrirsi di lui, del suo messaggio e persona., ecc., ma non ancora l’eucarestia!

È facilmente comprensibile come dal «cibarsi di Gesù» solo in senso spirituale si sia passati a quello realistico-alimentare, come espresso perentoriamente nella Sequenza odierna: «si trasforma il pane in carne, si fa sangue il vino. Mangi carne, bevi sangue, ma rimane Cristo intero in ciascuna specie» (sic), e nell’Adoro te devote (vedi l’appendice).

Gv 6 è chiaramente frutto di più mani, riscontrabili nel fatto che in tutto il capitolo VI i passaggi da una riva all’altra del lago sono confusamente caotici al massimo. R2 ha inserito «chi mangia la mia carne e beve il mio sangue», che non possono essere parole di Gesù allora poiché sarebbero apparse come antropofagia cannibalistica. A Pompei è stato ritrovato un graffito (risalente a prima del 79 d. C.) in cui i cristiani sono descritti con diffidenza perché quasi associati al cannibalismo.

L’eucarestia nella storia. Nelle prime eucarestie immediatamente successive c’è solo pane: in Emmaus (Luca 24,30) Gesù spezza solo il pane senza accenni al vino, e così pure nella fractio panis degli Atti. La cena (vera e propria) eucaristica della comunità riunita in assemblea liturgica (questa è l’ecclesia) è stata fagocitata dalla sacralità templare: fra l’altro in passato si sconsigliava di fare troppo spesso la comunione!

Il termine ecclesia passa a significare l’edificio materiale dedicato al culto, mettendolo in rapporto a una sfera sovra-mondana. Questo habitat sacro che è sulla terra corrisponde quindi alla realtà celeste, e per questo la si chiama «tempio».

In conclusione il sangue corporeo è un’invenzione-creazione di Paolo. Se è pervenuta a Pompei negli anni 70, è arrivata prima a Roma negli anni 60 (forse portata da Paolo stesso) e inserita maldestramente dal super-redattore finale Marco III. Poi si è diffusa ed è stata pomposamente sottolineata da R2 nella rilettura finale (51c-58) del discorso sul pane di vita trasformato in carne-sangue ben un secolo dopo l’ultima cena. Storicamente il memoriale eucaristico è stato fagocitato dalla presenza reale sotto le due specie, di cui una ininterrotta nel Santissimo Sacramento dei tabernacoli.

Appendice tecnica

Il cosiddetto “testo corto” e originario di Luca saltava dal 22,19a «Questo è il mio corpo» (stop) al 21 sul traditore, senza il 19b («dato per voi: fate questo in memoria di me») e soprattutto senza il 20 («Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue [versato per voi]»). Essi mancano in antichi e autorevoli manoscritti.

Il “testo lungo” attuale di Luca è il frutto di un copia-incolla dalla 1Corinti 11,23ss. Così non v’è alcun sangue, bensì solo una pura promessa escatologica sul vino («non ne berrò più finché non lo beva nuovo con voi nel Regno» come in Matteo 26,29], già rilevata da Albert Schweitzer senza ancora uno scenario sacramental-rituale.

Se Luca 19b-20 è una post-lucana fotocopia da Paolo, invece 22,18 ne rivela la mano inconfondibile con un doppio apo (di/da) ravvicinato. [Non berrò più] apo tou nun, da questo momento, apo tou genêmatos, del/dal frutto [della vite].

In altri autori si trova certo, soprattutto in frasi lunghe e articolate, due volte l’apo, ma debitamente distanziati. Luca invece ama lo stretto accostamento come in 9.5: «uscendo dalla (apo) loro città scuotete la polvere dai (apo) vostri piedi»; e in modo ancor più ravvicinato in 16,21: «Il povero Lazzaro bramoso di sfamarsi con (da, apo) quel che cadeva dalla (apo) tavola». In greco quasi si sfiorano: apo tôn piptontôn apo tês trapezês, Nel nostro caso l’accostamento è massimo, con un doppio apo tou separato solo da nun: è quasi la firma di Luca. Gesù afferma perentoriamente che non berrà più (questo anche negli altri due sinottici), ma solo qui in Luca 22,16 che non mangerà più la pasqua (in cui era fondamentale l’agnello, peraltro stranamente assente nell’ultima cena); c’è un distacco (in questo senso distanziante apo è sopravvissuto come prefisso in parecchie parole italiane, quali apo-geo, apo-calittica), una separazione dal vino e da qualsiasi suo significato sacrifical-pasquale da agnello immolato.

Gesù ri-mangerà e ri-berrà con noi solo nel regno dei cieli. Si è cercato di ovviare a questo vuoto increscioso con la massiccia categoria della presenza, come rilevato da padre Salvatore Marsili OSB, il fondatore nel 1961 del Pontificio Istituto Anselmiano per la Liturgia, nella quale primariamente si rende grazie a Dio Padre pregando e agendo, e non principalmente rendendo presente qualcuno o qualcosa [è quantomeno anomalo rivolgersi al celeste Altissimo dopo la consacrazione, se suo Figlio è ben più vicino sull’altare in «corpo, sangue, anima e divinità» (come proclamava il catechismo di Pio X).

Oltre alla suddetta sequenza del Lauda Sion salvatorem, per comprendere le concezioni del passato è significativo anche l’Adoro te devote, che si cantava nella melodia gregoriana sino al concilio Vaticano II, ma nella predicazione odierna non è cambiato quasi nulla. Era attribuito all’Aquinate perché formalmente ineccepibile, con una metrica ben costruita: ad es. ogni verso termina con una parola sdrucciola; e nella prima parte dell’inno tutti finiscono in consonante, mentre nella seconda metà sempre in vocale [come la strofa col pellicano, ricordato anche da Dante (Par. XXV, 112), che nella leggenda si ferisce col becco per nutrire i piccoli col suo sangue e  brandelli del proprio corpo]. Ne riportiamo un estratto nella classica rima baciata che manteniamo in italiano: