Ogni guerra accompagna lo scontro delle armi con quello delle parole. Quella recente in Medio-Oriente non fa eccezione. Prendiamo per esempio la distinzione netta che si vuole imporre tra “palestinese” (= abitante di Gaza, civile, vittima) e “Hamas” (= militante, combattente, terrorista). Ho qualche dubbio che, sul terreno nella striscia di Gaza, si possa chiaramente identificare tale distinzione.
Sospetto ancora più fortemente certe denunce di risorgenza dell’antisemitismo. Mi pare si moltiplichino in un’epoca che vede diluirsi, con il passare delle generazioni, la cattiva coscienza della Shoah e lo scudo dell’olocausto non basta più agli israeliani per sdoganare la loro politica territoriale.
Il 16 febbraio 2019, in margine a una manifestazione dei Gilets Jaunes, il filosofo Alain Finkielkraut veniva violentemente aggredito da un manifestante, che lo copriva di insulti: «Sporco sionista, razza maledetta, sei una merda e morirai». Al processo l’imputato si era giustificato: «Il sionismo è razzismo, e il razzismo fa male a tutti». Emmanuel Macron, convocato quattro giorni dopo i fatti davanti al CRIF (Conseil représentatif des institutions juives de France), si era avventurato a ipotizzare che l’anti-sionismo integrasse penalmente la definizione di anti-semitismo (che in Francia è un reato). Per fortuna non se ne è fatto nulla.
Da allora ho adottato una semiotica che distingue: ebrei, israeliani, israeliti. Elena Ottolenghi (di cui questo nostro blog il foglio.info ha pubblicato un ricordo) era ebrea, come quelli rinchiusi e sterminati nel Piccolo Ghetto di Varsavia, nella cui Plac Grzibowska ho abitato per quattro anni. Ne sono rimasti pochi, che continuo ad indicare con quel termine, «ebrei, che fa memoria della Shoah, crimine contro l’umanità.
«Israeliani» sono lo Stato e i cittadini di Israele. Tutti gli altri sono per me «israeliti», termine che uso con significato speculare a goyim, plurale di goy (quello che siamo noi per loro).
La distinzione mi aiuta nella vita quotidiana, in un condominio e in un quartiere dove noi goyim siamo minoranza ed è capitato di farsi trattare da antisemita per aver proposto una riunione di condominio il venerdì sera (inizio di shabbath). Mi aiuta a non cadere nell’autocensura ogni volta che le politiche di Israele mi fanno orrore.






