Vangelo della 2ª domenica ordinaria: Giovanni 1,29-34 (35-44)

In questo anno A del tempo liturgico ordinario leggeremo il vangelo di Matteo; ma, prima di tale lettura continua, il lezionario ha premesso il passo di Gv 1,29-34, come intermediario fra il vangelo di domenica scorsa (Matteo 3,13-17) e quello di domenica prossima sulla chiamata dei discepoli (Mt 4,12-23), che ritengo saggio per due motivi.

1) Chi è il battezzatore?

Si aggancia al vangelo scorso in cui è Giovanni che battezza Gesù, anche se il Battista esprime (in Mt 3,14s, unico evangelista a farlo) le sue perplessità: «Io ho bisogno di essere battezzato da te…», cercando di impedirlo.

Abbiamo già commentato due volte la festa del battesimo [Vangelo del battesimo di Gesù, Marco 1,7-11, e (nella versione lucana) Chi ha battezzato Gesù?]. Riprendiamo solo la questione scottante con alcuni dettagli allora omessi, ossia il problema che in Luca 3,21ss clamorosamente non è il Battista che battezza Gesù [come negli altri due sinottici e nell’iconografia tradizionale], poiché nel v. immediatamente precedente (Lc 3,20) Giovanni è già in prigione. Gesù riceve il battesimo per ultimo, dopo che tutto il popolo è stato battezzato, ma non si dice chi sia il battezzatore: presumibilmente i discepoli del Battista.

Invece nel IV vangelo esso è incredibilmente assente: l’autore, che conosce sicuramente il vangelo di Matteo diffuso nella stessa zona in Siria (e forse anche quello di Luca), si mostra guardingo, incerto. Non narra il battesimo, anche se il Battista (solo) ricorda di aver «contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (nell’odierno Gv 1,32: un’allusione al battesimo), ma senza dire di essere stato lui il battezzatore di colui che egli ha definito «l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo» (1,29). Ma l’immolazione salvifica è un’idea arcaica da superare.

Il mistero di Andrea. Se ha ragione Luca con l’imprigionamento precoce di Giovanni, mi piace pensare (lasciatemi l’istinto) che sia stato Andrea, allora ancora discepolo del Battista (Gv 1,35.40), a battezzare Gesù. Andrea è stato chiamato “Protocleto” proprio perché nel quarto vangelo è non solo il primo dei chiamati, ma colui che coinvolge gli altri, Pietro, Filippo ecc. (Gv 1,40-45). D’altronde cosa cambia se è stato Giovanni o Andrea?

Tuttavia un certo mistero circonda Andrea, incredibilmente omesso nella chiamata dei primi discepoli da Luca […il guastafeste, come nell’aver escluso Giovanni dal battesimo di Gesù contro tutta la tradizione, sino al punto di non narrarne il martirio, e men che meno il ballo di Salomè]. Anche Benedetto XVI ha rilevato il nome tipicamente greco, del tutto a-giudaico di Andrea, come il suo amico e compaesano Filippo: non è un caso che entrambi facciano da… interpreti a Gesù nel suo incontro con un gruppo di greci (Gv 12,20-22).

Entrambi erano di Betsaida (Gv 1,44), ai confini storici (se non al di là) della terra d’Israele; perciò un territorio nel suo complesso greco-romano: «al di là del Giordano, Galilea dei pagani» (Mt 4,15). Quindi è assai plausibile che Andrea fosse uno dei battezzatori principali in quanto bilingue: si rivolgeva in aramaico agli ebrei palestinesi, in greco ai Giudei della diaspora, e a tutti quelli provenienti numerosi dai paesi vicini nella koinê dialektos, ossia la lingua comune standardizzata dell’epoca ellenistica (cfr. l’appendice finale).

2) I discepoli/e conosciuti nella cerchia del Battista

Il testo di oggi si aggancia anche col vangelo di domenica prossima sulla chiamata dei primi 4 discepoli, che è uno schema letterario agiografico ed enfatico, poiché in modo irrealistico lasciano tutto istantaneamente per seguire Gesù.

Il vangelo odierno [prolungandolo almeno sino al v. 44] ci dice invece come sono andate storicamente le cose: che ci facevano Andrea e Pietro nella cerchia del Battista prima che Gesù li chiamasse? Di Andrea si dice esplicitamente che era discepolo del Battista, ma anche Pietro (e pure Gesù) era tra i suoi simpatizzanti.

Mezzo mondo era confluito da Giovanni: «Accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano»: non solo gente comune ma pezzi da 90 come «molti farisei e sadducei» (Mt 3,5-7); «i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo» (Gv 1,19).

Gesù ha conosciuto i suoi futuri discepoli (galilei e gerosolimitani, uomini e donne) nella cerchia del Battista; tanto da intrattenersi e discutere con loro sino alle quattro del pomeriggio [Gv 1,39; un particolare superfluo nell’economia teologica del vangelo, ma proprio per questo sicuramente storico, proveniente da una fonte precisa e dettagliata].

Gesù li ha ben vagliati prima di chiamarli, compresi quelli gerosolimitani. Se Gesù è salito a Gerusalemme solo una volta alla fine (come sembra nei sinottici) ciò non risulta molto compatibile coi discepoli nella città santa; ma se seguiamo il più attendibile quarto vangelo, egli vi è salito almeno cinque volte, per cui ha avuto e frequentato amici pure in Giudea. Lo conferma anche Gv 7,2-5: i suoi fratelli, che non credevano in lui, lo vogliono spedire a Gerusalemme perché «anche i tuoi discepoli [sottinteso quelli di là] vedano le tue opere» (quelli galilaici le stanno già vedendo); e per di più manifestandosi al mondo nella grande città santa e non in quel… buco fuori mano della Galilea.

Gesù aveva amici e amiche senza gerarchie. In pratica faceva la spola fra la Galilea e Gerusalemme (Giudea), passando ovviamente attraverso la Samaria dove si reca a far visita a Marta e Maria nella loro casa “samaritana” (Lc 10,38-42). Se egli voleva molto bene a Marta, Maria e Lazzaro (Gv 11,5), non può essere andato a Gerusalemme (con l’annessa Betania) una volta sola. Gesù aveva amici e amiche, sia in Galilea (i classici 12, Natanaele, Maddalena, Giovanna, Susanna, Salome…) sia gerosolimitani (il discepolo prediletto, Nicodemo, Giuseppe d’Arimatea, Lazzaro, Maria di Cleofa, le sorelle di Betania ecc.)

La vulgata tradizionale ci ha fatto credere che all’ultima cena abbiano partecipato unicamente i (presunti) 12: da qui i preti solo maschi. Invece sono importanti le suddette amicizie  femminili; parecchie delle sue discepole erano sicuramente presenti nel cenacolo, per cui le donne devono poter presiedere l’eucarestia, comprese le (future) diaconesse soprattutto nei territori di missione.

Appendice storico-geografica

La koinê dialektos è la lingua comune emersa e diffusasi durante le conquiste di Alessandro Magno, diventata il greco ellenistico, la semplificata lingua franca del Mediterraneo e del Medio-Oriente; la seconda lingua che unificò l’impero romano, l’inglese di allora. Andrea e Filippo sono probabilmente gli unici fra gli apostoli a parlarla: il che ha comportato gravi (se non insormontabili) problemi agli altri apostoli nell’annuncio del vangelo al di fuori della Palestina (nonostante la retorica al riguardo).

Rivedendo la scena del film Quo vadis in cui Pietro, essendo appena arrivato a Roma e parlando per la prima volta di notte nelle catacombe (in aramaico?), viene presentato ai cristiani da Paolo, mi son detto: Paolo, che ha contribuito notevolmente alla diffusione del cristianesimo in quanto intellettuale poliglotta… l’avrà necessariamente tradotto. Com’è possibile che Pietro sia stato il “vescovo” di Roma se non parlava né il greco né il latino? [sempre che vi risiedesse stabilmente, perché Paolo alla fine della lettera ai romani saluta ben una trentina di persone ma non Pietro, né lo nomina mai e men che meno nel solenne esordio di indirizzo e saluto (Rom 1,1-7)].

Invece il colto Paolo padroneggiava più lingue: aramaico, ebraico (per il corso di studi e di formazione rabbinica; Atti 21,40), greco e quasi sicuramente pure il latino poiché, in quanto cittadino romano, era previsto un processo di integrazione anche linguistica (come da noi oggi per la carta di soggiorno). È quindi più verosimile che semmai il “pastore” di Roma, pur tra vicissitudini giudiziarie, sia stato il quadrilingue teologo Saulo di Tarso.

Betsaida era situata agli estremi confini della Galilea Nord-orientale, sulla sponda est del Giordano nella pianura alluvionale creata dall’immissione del fiume nel lago di Tiberiade; nei pressi della Betania (o Betaraba, Betabara in Gv 1,28) appunto al di là del Giordano (luogo della predicazione del Battista), in una zona quasi fuori dall’israelitica “Terra promessa”, nel circondario greco-romano dell’Iturea (le attuali alture del Golan) governata dal tetrarca Filippo, che elevò Betsaida a polis col nome di Giulia in onore della figlia di Augusto (Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche 18,28). Betsaida è stata frequentata da Gesù che la biasimò/condannò («Guai a te Betsaida» in Mt 11,21); nella zona del lago antistante è situata la camminata sulle acque, e nei suoi prati del retroterra la moltiplicazione dei pani.