Facciamo il punto sull’ordinazione delle donne nella chiesa cattolica / 3

Dopo aver proposto una lettura sintetica delle sei prospettive (biblica, patristica e canonica qui, ecclesiologica, dogmatica e sistematica qui) presenti nel testo Senza impedimenti, amplio la tematica su alcuni degli ulteriori sviluppi che questa ha conosciuto, almeno per lasciar intravedere la ricchezza dei contributi.

L’accesso delle donne al ministero ordinato (San Paolo, 2024) di Andrea Grillo rappresenta una versione più distesa della precedente disamina, in cui il teologo torna alla figura di società dell’onore per spiegare come nella chiesa questa visione fosse sostenuta da un’autocomprensione di societas perfectas et inequalis, per l’esigenza di custodire la differenza di Dio. Tale visione premoderna non è mai stata del tutto superata, e questo aiuta a comprendere come sia stato possibile che la domanda di valorizzazione della donna sia stata semplicemente derubricata con un atto di autorità, pretendendo di fare della «riserva maschile» un mistero da credere. Coerentemente nel codice di diritto canonico del 1983 fa la sua comparsa la funzione della teologia come via per prestare il «religioso ossequio dell’intelletto e della volontà». Eppure, nonostante tutti gli ostacoli opposti, la riflessione teologica ha tentato più o meno timidamente di continuare il suo lavoro sulla scia segnata dal Vaticano II.

Grillo riporta quindi alcuni dei contributi più significativi, tra i quali quello di Ghislain Lafont, il quale sostiene che Ordinatio sacerdotalis non possa vantare il carattere di definitività che pretende, in quanto si occupa di un aspetto della tradizione sottoposto alle evoluzioni storiche. Il carattere definitivo oblia inoltre i presupposti culturali e sociali con cui la tradizione ha letto la Scrittura, oltre a fingere di non ricordare la libertà che la stessa chiesa ha riconosciuto a se stessa in presenza di precise parole di Gesù, come è stato – ad esempio – per le parole su pane e vino durante l’ultima cena, che per ragioni di comodità si è ritenuto di applicare solo a chi presiede la celebrazione: «se – dove Gesù ha parlato con estrema precisione – abbiamo potuto sentirci liberi di cambiare rispetto alla sua azione e alle sue parole, come è possibile che, dove ha taciuto e solo agito, ci sentiamo assolutamente vincolati a non cambiare?» (p. 54).

Lafont ci aiuta a fare chiarezza anche sulla questione dogmatica, ricordando come «Quando si tratta di una definizione che comporta l’obbligo di credere, sotto pena di essere separato dalla Chiesa, […] la forma ex cathedra non è facoltativa» (p. 66), forma che il testo non ha assunto. Molto interessante a questo proposito è il caso di un testo ritenuto «definitivo», come l’enciclica Sacra virginitas del 1954, in cui Pio XII affermava la superiorità di verginità e celibato sulla vita matrimoniale. Il testo è stato di fatto superato da Familiaris consortio del 1982 e da Amoris laetitia del 2016, ove si parla in termini molto diversi della stessa questione e ove la pretesa definitività di Pio XII ha subìto un superamento esplicito della superiorità nella complementarietà, senza suscitare particolari dibattiti.

Mi avvio alla conclusione di questa rapida disamina del testo di Grillo, richiamando in breve altri spunti di riflessione che mi limito a lasciare nella forma di domanda aperta: perché la tradizione ha dato la precedenza a testi (pseudo) paolini misogini invece che alla profezia di unità di Gal 3, secondo cui in Cristo non c’è Giudeo né Greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina? Perché nella chiesa si sono discussi i motivi dell’esclusione femminile solo fintanto che la donna viveva una situazione di subordinazione anche nella società, per chiudere il discorso in modo definitivo e con un principio di autorità quando la donna è uscita da una comprensione minorata derivante dal suo genere biologico? Può esistere un’universalità dei destinatari e non solo dei chiamati al ministero? Com’è possibile che non ci accorgiamo che le categorie citate da Tommaso come prive di autorità in epoca premoderna oggi sono facilmente comprensibili all’interno di quella cultura dello scarto, a cui papa Francesco ci ha definitivamente aperto gli occhi? Non è curioso che i pronunciamenti definitivi su cui si è impegnata la chiesa siano solo sulla donna (i due dogmi mariani e l’esclusione della donna dal ministero ordinato)?

Alla luce dei tanti contributi teologici, si fa strada una richiesta di papa Francesco di approfondire il tema, affidando a suor Linda Pocher (nella foto) il compito di aiutare lui e i cardinali a riflettere sul ruolo della donna nella chiesa. La proposta è di ripensare al principio mariano-petrino desunto dal teologo von Balthasar, mentre il ciclo di conferenza avrà come titolo provocatorio (proposto dallo stesso papa) «Smaschilizzare la chiesa?». I 4 incontri sono stati oggetto di altrettante pubblicazioni, utili a rendere disponibile a tutti i contributi che suor Linda ha richiesto a vari esperti per aprire la discussione ecclesiale al mondo. Una buona sintesi è rinvenibile nelle parole della stessa Pocher in dialogo con don Manuel Belli, di cui consiglio vivamente l’ascolto: https://www.youtube.com/live/gVs7jxyXwr0

Concludo questa lunga ma insufficiente indagine, consapevole di non aver dato conto del lavoro svolto dalle due commissioni sull’apertura del diaconato alle donne, ma ricordando almeno l’ultimo atto della questione, che al momento attuale è rappresentato dal n. 60 del documento finale del sinodo, a cui è stato dato valore magisteriale, e in cui si tratta il tema delle donne nella chiesa, richiamando sinteticamente gli ostacoli al riconoscimento dei loro carismi e chiudendo con un’affermazione a suo modo impegnativa: «Non ci sono ragioni che impediscano alle donne di assumere ruoli di guida nella Chiesa: non si potrà fermare quello che viene dallo Spirito Santo».